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venerdì, 24 Maggio 2024

Commercio, oltre 3.000 attività chiuse in cinque anni

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Sono 3300 le saracinesche che hanno chiuso in questi cinque anni a Torino. Un quadro allarmante anche se nel 2017 si è registrato qualche timido segnale di ripresa, in particolare grazie alla ristorazione e al boom di esercizi alimentari specializzati, e al settore immobiliare ad esso collegato. Gli operatori commerciali di un comparto ruolo chiave nell’economia e nella vitalità della città, restano alquanto preoccupati. E’ quanto emerso nella presentazione del dettagliato studio sullo stato di salute del commercio e della ristorazione curato dalla Camera di commercio di Torino, ASCOM Confcommercio e Confesercenti.
«È’ un periodo di grandi trasformazioni». Per Vincenzo Ilotte, Presidente di Camera di Commercio Torino si tratta di un quadro chiaro e scuro che in cinque anni ha fatto chiudere le saracinesche a circa 3.300 imprese, in particolare nel commercio al dettaglio (2.550 chiusure tra il 2012 ed il III trimestre 2017).
Un trend che vede da tempo penalizzati settori come abbigliamento, vendita articoli per la casa, edicole e librerie che più patiscono l’imporsi della moda degli acquisti via web. A questo fa da contraltare il successo del settore alimentare per fruttivendoli (+170), negozi per il caffè (+96), panetterie (+32) e soprattutto della ristorazione (salita del 5,1% in cinque anni) grazie a ristoranti e shop legati alle eccellenze del territorio. E’ invece in calo, ma meno vistoso, la presenza sotto la Mole di macellerie e pasticcerie. Oltre ai negozi alimentari specializzati e ristoranti aumentano anche tabaccherie (+80), farmacie e art ortopedici (43) e spazi per la vendita di prodotti usati (+27) e le profumerie (+27).
Quadro invece drammatico per negozi di abbigliamento (537 chiusure), che costituiscono una parte corposa dell’intero settore, per calzature e pelletterie (-142). Vita sempre più dura anche per mobilifici (-122), negozi di ferramenta (-131) e mercerie (-57).
La nuova Torino deve inoltre fare i conti la continua crescita degli ipermercat (+4), supermercati (+55) e discount (+28) mentre crollano i minimercati (-122) specie per le cessazioni che si registrano nella cintura.
Cambiano le famiglie, cambiano le abitudini, si acquista meno e meglio guardando a fattori come la salute il buon gusto. Fuori dal centro si mostra evidente il rapporto tra invecchiamento della popolazione e crisi di tanti negozi tradizionali, con aree della cintura, come a Mirafiori Sud, in cui i presidi commerciali si vanno sempre più assottigliando fino a far parlare di rischio desertificazione. A tal proposito i commercianti, oltre 70mila localizzazioni nella provincia, (per lo più a conduzione familiare sotto i dieci addetti), ricordano come il commercio costituisca il primo settore del tessuto imprenditoriale torinese, e che la chiusura di tanti esercizi abbia accentuato l’impoverimento anche sul piano sociale di intere zone periferiche. In queste note dolenti fanno eccezione alcune realtà dell’area metropolitana nord come Settimo torinese, dove i presidi commerciali sono notevolmente aumentati grazie ad interventi programmati e coordinati su vari livelli per il rilancio sociale culturale e commerciale di certe aree.
L’assessore al commercio Alberto Sacco, incassando l’eco polemico sulla questione Ztl, è stretto il rapporto tra il commercio di prossimità e la vita sociale «servirebbero incentivi per chi insedia attività commerciali in città, ma non dimentico i limiti di bilancio».
Sacco ribadisce il mantra della necessità ascoltare, discutere e di fare squadra tra tutti i vari soggetti coinvolti, guardando anche a quanto fatto all’estero per migliorare il quadro del commercio, puntando molto sul fattore innovazione. A fronte della crisi nera di edicole e librerie l’assessore ipotizza lo studio di nuove condizioni operative più aperte, ventilando l’idea di nuove collaborazioni con realtà come Amazon, la più grande internet company del mondo.
Tornando agli incoraggianti segnali di ripresa in atto queste sono guidate da attività in linea con la vocazione turistica e la ristorazione. Anche un settore in crisi come l’abbigliamento (537 chiusure) reagisce dopo anni bui, concentrandosi non solo nel centro ma in alcune vie regine per le promenade dei turisti che assorbono ormai un terzo, dei 3mila negozi dell’intero comparto cittadino, tra via Roma, via Po, Via Lagrange, mentre non riesce più a decollare nella pur centralissima via Garibaldi. Insomma fuori anche per poche decine di metri da queste realtà quasi sempre pedonalizzate il discorso cambia.
Oggi per gli acquisti e per un bel caffè si va nelle vie del centro preda del turismo mentre il resto è tutto assorbito dalla grande distribuzione che continua a richiedere nuovi spazi in città. Sull’appeal di queste realtà basta vedere il fenomeno “Le Gru” che ogni domenica può coinvolgere decine di migliaia di persone che spesso ignorano il nome della località che ospita il megastore. Un modo per identificare un tipo di commercio di sicuro successo però totalmente sganciato dal territorio e dalle sue specificità.
Segna il passo, ma resiste, una realtà numerosa e profondamente radicata nella tradizione torinese,come il bar caffetteria senza cucina che ha registrato la chiusura di ben 113 esercizi tra il 2012 e il 2016, a fronte di una crescita di rilievo di nuove e innovative strutture di ristorazione. In questo ambito si conferma il successo del cibo d’asporto più economico e sempre più di qualità.
I segnali di ripresa hanno il supporto di un importante indicatore come la crescita delle compravendite della “categoria negozi e laboratori” con un +4,7% nei primi nove mesi del 2017. Oltre ai meri numeri il dato è indicativo di una essenziale ripresa di fiducia verso questo settore che ha registrato importanti cali sul fronte delle condizioni di locazione e di vendita. Cali che a Torino, in questi cinque anni, hanno anche toccato il 30%. Una tendenza che penalizza particolarmente il chivassese e l’eporediese a differenza della prima cintura. Nel mercato dei negozi i settori più richiesti sono il food e fashion.
Mario Chierchia, Presidente di ANAMA, (Associazione Nazionale Agenti d’Affari in Mediazione), promossa da Confesercenti, denuncia come mentre la maggioranza degli italiani sia proprietaria della casa in cui vive non è così per tanti commercianti che passano la vita tra le mura di un negozio che spesso non possono acquistare per il peso fiscale e l’assenza di agevolazioni.
Per Maria Luisa Coppa, presidente Ascom Confcommercio Torino, «I processi di cambiamento della città, dopo una crisi tra le più pesanti dal dopoguerra, hanno coinciso con i cambiamenti sociali che l’hanno spinta alla ricerca di una nuova identità e nuove opportunità. La crescita della ristorazione (2015-2017) e degli esercizi alimentari specializzati e l’ulteriore sviluppo turistico ora candida Torino a diventare capitale dell’enogastronomia. Agli aspetti positivi Coppa affianca, con la consueta verve, le note dolenti: «Le zone dove si chiudono le vetrine spesso diventano preda di fenomeni di degrado, sporcizia e insicurezza». Questo lanciando anche un monito contro i mercatini:
«Se ne fanno troppi e in queste iniziative non sembra diffuso quel rispetto delle regole obbligatorio negli ordinari esercizi commerciali». La presidente di Ascom Confcommercio Torino conclude ironizzando sui politici: «Ora che siamo in campagna elettorale molti candidati improvvisamente vantano esperienze e relazioni con zii e nipoti commercianti. Quello che posso augurargli e di lavorare qualche mese dietro il bancone di un bar e vedere quanto tempo riescono a resistere».
Pur permanendo difficoltà luci e ombre è evidente che i segni di ripresa avviati nel 2016 dopo un decennio terribile, trovano conferma nei dati del 2017. Un quadro che mantiene rischi ma anche importanti nuove opportunità. Di sicuro un fenomeno evidente è come la flessibilità anche nel commercio sia aumentata e le vetrine dei negozi delle vie cambino molto frequentemente rispetto ad un passato molto più rigido. «Ma oggi – conclude Giancarlo Banchieri (Presidente Confesercenti) – i cambiamenti anche delle piccole realtà del commercio devono fare i conti con il fattore innovazione».

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