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domenica, 19 Aprile 2026

La trasformazione di Porta Palazzo: qualche riflessione critica e qualche proposta

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“Riqualificazione di Porta Palazzo: Come si è passati dal popolo ai turisti del food?” Con questo titolo viene postato su Facebook dal blog “Sistema Torino” una nota del sociologo urbano Giovanni Semi sul rischio “gentrificazione” a valle del completamento del progetto di riqualificazione di Porta Palazzo presentato alla stampa dall’attuale Assessore al Commercio della Giunta Appendino Alberto Sacco.
Wikipedia definisce in sociologia la gentrificazione “l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un’area urbana, tradizionalmente popolare o abitata dalla classe operaia, risultanti dall’acquisto di immobili da parte di popolazione benestante”.
Ho letto la nota di Semi, critica, puntuta e molto ben scritta sui rischi indotti dal progetto presentato dall’attuale Giunta. Sarebbero molte le cose da dire, ma focalizzerei la riflessione relativamente a due macroquestioni critiche: la natura popolare del mercato di Porta Palazzo e gli effetti sociali indotti sull’intorno dalla sua riqualificazione cosi come proposta. Per la verità la nota, che mi ha fatto molto riflettere, si concentrava più sul primo aspetto, ma nella mia riflessione includo anche il secondo.
Dopo la sconfitta elettorale del giugno 2016, come molti, ho provato a riavvolgere il nastro su quelli che erano stati gli errori commessi dall’amministrazione che aveva perso le elezioni. La mia. Dove avevamo sbagliato. E dove potevo aver sbagliato io negli ambiti che mi erano stati delegati. Per carattere, chi mi conosce personalmente lo sa bene, sono abbastanza abituato nelle cose che faccio ad esigere da me stesso il massimo e conseguentemente a patire maggiormente le sconfitte quando arrivano. E quella del 2016 è stata particolarmente bruciante anche alla luce dell’andamento elettorale al primo turno.
Una delle critiche che più forti si erano levate negli anni del precedente mandato sulle politiche urbanistiche (per la verità più da una ristretta comunità accademica e politica che dalla cittadinanza largamente intesa) era stata quella di non considerare adeguatamente o sufficientemente, nei tanti progetti di riqualificazione urbana pensati e avviati in quegli anni (poi, che che se ne dica, per la verità quasi tutti proseguiti da questa amministrazione con alcuni modestissimi e finti maquillage estetici di facciata) gli effetti, sulle persone, della riqualificazione sull’intorno sociale ed economico dell’intervento sviluppato. O comunque la critica mossa era quella di non valutare adeguatamente le ricadute sociali sistemiche delle operazioni messe in cantiere.
Tale critica, riproposta per ogni trasformazione avviata in quegli anni, in realtà l’ho sempre ascoltata, ma non l’ho sempre condivisa. Non tanto per la critica in sé, il problema esiste è stato molto spesso considerato in profondità ed è alquanto serio, ma piuttosto perché veniva riproposta “a prescindere” dalla tipologia di trasformazione avviata (dalla residenza universitaria, alla Linea 2 della metro, alla biblioteca civica) e dalla localizzazione dell’intervento nella Città. E si sa che anche gli argomenti migliori se riproposti “a prescindere” perdono un po’ di potenza critica e possono assumere facilmente contorni più ideologici e meno ideali.
Tale riflessione critica mi ha accompagnato in questi primi anni di mandato Appendino che stiamo vivendo. Mi sono sforzato di rileggere quanto fatto prima dell’arrivo del Movimento Cinque Stelle al governo di Torino cercando di cogliere il senso generale di come e con quale spirito avevamo lavorato. E di dove si era sbagliato, se si era sbagliato, negli anni precedenti.
Il giudizio che do del lavoro svolto negli anni del centrosinistra, anche se con qualche ombra, resta comunque positivo. Abbiamo infatti dato impulso a un ciclo di trasformazioni di questa Città piuttosto ampio e articolato che, tenuto conto anche delle difficili condizioni economiche del Comune e della Città, hanno coniugato sostenibilità economica, dimensione prospettica e capacità di individuare alcune vocazioni che, pur essendo già presenti, andavano rafforzate. Due su tutte cui sono particolarmente legato e di cui sono piuttosto orgoglioso: quella di Torino Città Universitaria e l’avvio della progettazione della Linea 2 della metropolitana intesa non tanto o non solo come asse di trasporto pubblico, ma come elemento di attivazione di processi rigenerativi e di riqualificazione della Città lungo il suo percorso.
Fatta questa lunga ma doverosa premessa veniamo al mercato di Porta Palazzo e alla riqualificazione proposta. Faccio due incisi. Così come mi disturbano i frequentissimi casi in cui altri prendono meriti che non hanno per mascherare insipienza e pigrizia, tendo, non solo in politica, a non intestarmi cose che non sono state pensate da me e quello che posso dire è che il progetto presentato è, a quanto mi consta, davvero più figlio di questa amministrazione che di quella precedente.
Il secondo inciso è che il progetto di riqualificazione di Porta Palazzo è comunque un buon progetto. È un disegno urbano di sistema, ampio, che riqualifica spazi pubblici attivando investimenti privati e che coinvolge tutte le funzioni mercatali principali presenti oggi e soprattutto fornisce risposte a elementi problematici che comunque il mercato, anzi i mercati, hanno da tempo e che non hanno ancora trovato soluzioni adeguate in questi anni. Per queste fondamentali ragioni il gruppo del PD ha sostenuto il progetto in Sala Rossa, votando a favore della proposta che l’ha avviato.
Tuttavia la riflessione di Semi è piuttosto interessante e, pur essendo estremamente critica, pone delle questioni vere che meritano di essere considerate con grande attenzione. È evidente infatti che la natura intrinseca di Porta Palazzo inevitabilmente cambierà a valle della riqualificazione. Ora, come noto, non considero la conservazione dell’esistente un valore di per sé. Le Città cambiano, cambiano i loro abitanti, cambiano le loro aree vocazionali e le loro vocazioni. Torino non fa eccezione. Non mi scandalizza il fatto che anche Porta Palazzo possa cambiare prospettiva, immagine e anche funzione urbana. Il tema del come avverrà questa trasformazione e in quali tempi però esiste.
A me pare che il punto critico del ragionamento dell’attuale progetto, come ho detto, non sia tanto il tipo di intervento quanto piuttosto il fatto che rendere la Piazza della Repubblica quello che ragionevolmente diventerà – un mercato nuovo che combina, fondendole insieme, l’area mercatale con un distretto del food di qualità – senza occuparsi di cosa succederà in realtà di chi oggi la frequenta e soprattutto dove si andranno a localizzare attività meno “urbane” adesso lì presenti c’è tutto. L’”espulsione” della difficoltà sociale indotta dalla riqualificazione in corso ragionevolmente avverrà verso la porzione nord, verso corso Giulio Cesare, a caricare un territorio già oggi fortemente provato e delicato. Ecco forse questo è il vero problema del progetto nel suo insieme.
Ora se devo muovere davvero una critica a questa amministrazione e alla maggioranza politica attuale, dalla quale mi sarei aspettato un po’ più di senso critico su questi elementi, è che questo problema proprio non se l’è posto e non se lo pone nessuno. Per la verità non solo questo problema, ma questa è un’altra storia. È probabile che senza un adeguato accompagnamento sociale al progetto di riqualificazione il fenomeno potrà essere particolarmente brusco e purtroppo è possibile che non sarà indolore per un territorio, quello di Aurora, già piuttosto delicato.
In ogni caso penso che la questione ci sia tutta e che si sia ancora in tempo, ammesso e non concesso che questa giunta sia in grado di capirlo, il problema, e che gliene freghi qualcosa, di mettere mano ad azioni sociali in tal senso attivando un programma dedicato di interventi. Magari usando le risorse economiche private che si genereranno dalla trasformazione e che il Comune incasserà.
Mi parrebbe una buona iniziativa e come abbiamo fatto per il progetto presentato, qualora ci fosse sottoposta, la sosterremmo.
 
Scritto da Stefano Lo Russo, capogruppo Pd in consiglio comunale a Torino

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