La memoria non si cancella e sono le storie come quella del partigiano Gino e Sante a tenerla viva. Entrambi in prima fila, questa sera, alla commemorazione ufficiale del partigiano medaglia d’oro al valore civile Dante Di Nanni in Borgo San Paolo a Torino.
I loro sono i racconti dei vent’anni, sono ricordi di alcuni attimi di vita che, quasi come dalle pagine di un diario, vengono fuori in modo cosi spontaneo, appassionato e coraggioso che sembrano essere accaduti ieri. Legami di solidarietà e amicizia, fondati non solo su comunanza di Patria, di tradizione intellettuale, ma sul semplice rapporto umano, sul sentirsi insieme tra molti.

Gino, il partigiano solitario come si definisce lui, è un giovane del 1925 che nel dicembre del ’43, poco più che maggiorenne, segue sulle montagne il suo capitano italo americano. «Non ho mai ucciso nessuno – racconta intimidito- ma tra i compagni partigiani ho fatto molto.
«Ho deciso di essere uno di loro quando nel ritrovarci tra amici in piazza Carlina, un pomeriggio come tanti altri, uno del gruppo, uno dei più grandi, mi fece notare che i tempi stavano cambiando e che dire ad alta voce ciò che pensavo, come ero sempre stato abituato a fare, era diventato pericoloso e inopportuno».
«Fu lì – continua Gino – che mi resi conto che la libertà di pensiero e di parola stava correndo grossi rischi. Non so se la mia storia rappresenta un simbolo, quello di cui sono certo è che rifarei tutto daccapo. Solo ricreando quel senso di unità e intimità, e trasformandolo in qualcosa di più di un mezzo per raggiungere qualcosa, potremo pensare al nostro passato e rivedere il volto dei nostri amici senza malinconia».

«La mia – esordisce Sante – Non fu una scelta né ideologica né politica nel senso in cui si intende oggi. Lavoravo in fabbrica e nella fabbrica, cosi come nella vita, ho imparato che non tutto fila bene. Non esiste solidarietà di classe spontanea».
«Esistono le diversità di opinione, esistono le storie delle persone ed è la vita collettiva che ti insegna qualcosa. Che devi prendere posizione e dire come la pensi. È dal confronto con gli altri che capisci di essere qualcosa di diverso. Il contesto sociale e lavorativo in cui abbiamo vissuto ci ha reso di colpo adulti, e da adulto ho preso parte alla storia che mi scorreva attorno».
«La gioia più grande? Quel 26 luglio, in cui annunciata la caduta di Mussolini, ci ritrovammo sui ballatoi comunicanti del palazzo popolare in cui abitavo e increduli, ma felici, corremmo tutti verso Palazzo Campana, per prendere d’assalto la casa del Fascio, Casa Littoria, sede della federazione provinciale del Partito nazionale fascista. Avevo 16 anni», conclude Sante.

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