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domenica, 19 Maggio 2024

Sarah Kaminski, l’antisemitismo di ritorno: “Il bisogno di protagonismo dietro la nostalgia di simboli e slogan”

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Il bisogno di individuare il nemico o il bersaglio contro cui scagliare la propria rabbia e la propria paura si manifesta nella ricerca di un colpevole per ogni stagione. Attraverso gesti eclatanti si coglie l’attimo per diventare personaggio, per avere il riflettore su di sé in un grande fratello dell’ignoranza e dello strabismo storico che fa, del nostro, un Paese spesso strano e incomprensibile.

Se qualche settimana fa erano gli immigrati ad esser messi alla berlina, ecco che ieri lo sono stati gli ebrei aggrediti dalle scritte sgrammaticate sulle porte di casa in occasione della giornata della memoria, poi i cinesi perché untori di pandemie apocalittiche.

Ultima notizia nell’epidemia dell’incoscienza collettiva, è quella di quell’uomo che si è finto per anni testimone della Shoah andando persino nelle scuole a raccontare una verità e una vita presente solo nella sua immaginazione.

Sarah Kaminski, scrittrice, docente di ebraico moderno all’Università di Torino, è una delle più profonde conoscitrici della storia di Israele, della letteratura e della cultura ebraica. Da poco in libreria il suo ultimo lavoro pubblicato per edizioni Sonda “L’Olocausto raccontato dai bambini”: i piccini di allora che oggi narrano, coi loro ricordi o quelli affidati ai loro figli, cosa significò l’infanzia negli anni più bui.

Sarah Kaminski, siamo davvero in presenza di un rigurgito nazifascista e antisemita o, come dichiarato dal filosofo Massimo Cacciari recentemente, si tratta di una nostalgia per slogan e simboli?

Ciò che ha detto Cacciari è condivisibile. Quello che viviamo oggi, è paragonabile a uno stato di panico nel quale ci si deve aggrappare a qualcosa per sentirsi saldi. Ciò è fomentato dal folle desiderio di essere al centro dell’attenzione e di essere protagonista.

Un protagonismo estremamente effimero ma che crea un grande rimbombo mediatico.

Questo tipo di protagonismo si esaurisce in un paio di giorni. Le conseguenze però sono gravi, per la famiglia, e anche per la stessa persona che compie l’azione perché l’ambiente non è così sciocco, ma fatto di persone razionali, comuni, normali, alle quali non fa piacere il gesto che ha imbrattato la porta di quella signora di corso Casale, perché frainteso come antisemita.

In che senso “frainteso”?

Quello non è antisemitismo. È un esempio di protagonismo. L’antisemitismo si manifesta in altri fenomeni, non in questo.

Quali sono i messaggi ai quali prestare attenzione maggiormente?

Pensiamo alle scritte che possiamo trovare a Porta Palazzo o altri quartieri di Torino nei quali c’è una popolazione cresciuta con la paura dell’altro, e l’altro era Israele o l’ebreo: sono manifestazioni che si presentano in un contesto molto chiaro. Non arrivano né dall’università né da una politica di destra o di sinistra, ma sono contestualizzabili.

La preoccupano?

Mi preoccupo molto quando vedo manifestazioni all’università: lo scorso anno nell’atrio di Palazzo Nuovo come anche del Campus Einaudi c’erano proteste che non hanno fatto onore all’università stessa. Ho letto “La gasazione di Gaza”, uno slogan che giocava in modo macabro sull’assonanza delle parole; alcuni professori forniscono dati falsi, utili a incentivare scontri, e questo è molto grave. Io ho collaborato per molti anni alla Scuola di Pace, ho studiato la questione palestinese attraverso la comprensione, e credo che l’informazione multiculturale sia fondamentale.

Si polarizzano le idee e si creano situazioni di tifo per gli uni o per gli altri. Ma cosa serve?

Calarsi nelle situazioni è fondamentale per poter capire che ad esempio un’autonomia palestinese debba nascere, io ne sono convinta. Dopo la dichiarazione di Trump, siamo in giorni molto difficili e tesi, ma non posso esprimermi a riguardo se prima non la studio bene. Sulla questione israelo-palestinese dagli anni ’80 gli studenti italiani continuano a usare gli stessi slogan, e invece dovrebbero pensare che bisognerebbe studiare a fondo. Sono preoccupata della situazione che si crea, ma felice dell’esistenza dello stato di Israele, mi da garanzia di identità che non mi fa sentire tutelata ma mi dà senso di appartenenza che mi consente di rispondere: cosa che non si poteva fare fino a settantacinque anni fa.

Vent’anni di Giornata della Memoria. La Shoah, le deportazioni… eppure qualcosa deve cambiare nella narrazione, anche per evitare nostalgie di simboli, non crede?

Bisogna andare oltre: non solo le fiaccolate, i momenti di denuncia: è importante per evitare le paure e creare conoscenza anche entrare nelle scuole in un modo diverso, insegnando l’ebraismo come cultura, portandolo nell’ora della storia delle religioni. Anche rivedendo l’impostazione dei viaggi di fede che la Chiesa, il catechismo, organizzano in Terra Santa.

Una “scissione” nella religione che dev’essere colmata a partire dalla narrazione?

La scissione non è dialettica, è però utile insegnare e comprendere che la Terra Santa è anche Israele, non solo Yad Vashem, ma anche Tel Aviv, Jaffa… Sono occasioni che vanno valorizzate per creare cultura e conoscenza.

Della spettacolarizzazione della Shoah: dopo l’emozione cosa resta? Anziché aprire le coscienze, si crea la banalizzazione che rimuove quanto invece dovrebbe restare ben saldo?

È vero, sono passati vent’anni ma le attività sono molto richieste e si moltiplicano. La partecipazione emotiva delle scuole attraverso il teatro, la musica è in crescita. Quest’ultimo è uno strumento strepitoso che però va analizzato: a volte è melenso, inadeguato. Permette a chi fa didattica in modo superficiale di lavarsene le mani: qualcuno crede che fare una proiezione sia sufficiente, ma non è così. I maggiori sforzi devono essere fatti prima: ad esempio raccontando un frammento della vita ebraica in Italia, riferito a quel periodo storico ma non solo.

Serve spostare il soggetto della narrazione, non più “loro” ma “noi”?

Bisogna far sentire ai ragazzi che questa cosa è accaduta a casa loro, vicino a quella del loro bisnonno, l’accaduto serve farlo “nostro”, non dell’altro, dell’ebreo. Raccontare della deportazione ebraica, certo, ma anche della deportazione politica che ha riguardato tutti. E poi i genitori dovrebbero fare attenzione che sul cellulare dei loro figli non ci siano immagini e canzoni riferite al fascismo, che possono indurre alla ricerca dell’Uomo forte…è molto difficile non cercarlo, l’Uomo forte.

A proposito di Uomo forte, le immagini di Matteo Salvini che citofona a casa di una famiglia, chiedendo se lì si spaccia, ha fatto il giro dei media. Che ne pensa?

Penso che io non permetto a un mio concittadino, in questo caso Salvini, di bussare alla porta o suonare al citofono di nessun altro cittadino che sia arabo, musulmano, croato, ebreo. Ma come ci si può permettere a fare una cosa genere?

È il diritto alla libertà e alla riservatezza?

È non cercare vendetta: quello che durante il fascismo veniva fatto dai vicini di casa che per questioni personali segnalavano la presenza di un ebreo o di un partigiano alla polizia perché venisse arrestato. Se spieghiamo questo ai nostri ragazzi, se portiamo il dibattito nelle aule, poi anche vedere il film che abbiamo scelto per loro per ricordare la Shoah lascerà un’impronta diversa.

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