Il primo segnale si era già evidenziato nel corso nel riscontro sulla partecipazione, a metà mattinata di domenica, nelle circoscrizioni torinesi con maggioranze di centro-sinistra, in cui si registrava tra il 10 e il 12% di votanti.
Il risultato del No (53,74% contro 46,26%) non lascia dubbi su un referendum che doveva aprire le porte alle riforme della Meloni, partendo dalla revisione diversi articoli della Costituzione per arrivare all’odioso premierato. Di rilevante c’è il No che s’impone in modo inaspettato in modo particolare nelle regioni meridionali,con un affluenza record che si avvicina al 59%.
I dati su una partecipazione in grande ascesa hanno subito messo in evidenza la straordinaria reazione di un No che, più che guardare ai dettagli e alla complessità di una riforma della Giustizia che non si può realizzare con un referendum toccando la Costituzione, ha avuto un impatto decisamente politico. Un No diretto, immediato, sentito che ha unito tutto il fronte che si oppone alla Meloni in modo immediato e senza mediazione di sorta. Un No chiaro e forte verso l’arroganza di un governo che si credeva ormai intoccabile e che ora deve fare i conti con i suoi errori e con la stanchezza di un paese in difficoltà stanco di proclami di successi.
Dall’altra parte per una volta sinistra estrema, moderati, progressisti si sono ritrovati, senza la minima polemica, sul No alla Meloni e alle sue pseudoriforme.
A spingere l’onda progressista certo hanno pesato le dichiarazioni di una leader, che si è esposta in prima linea e che se fosse stata più cauta e silente, senza esasperare i toni, (Garlasco, famiglia nel bosco, e “se vince il No I peggiori criminali saranno scarcerati”) avrebbe forse avuto migliori risultati o una sconfitta meno cocente. A questo si uniscono le simpatie trumpiane, nonostante le conseguenze della guerra all’ Iran voluta dal tycoon, portando una marea di persone, solitamente perplesse, polemiche, disaffezionate a mobiliarsi per andare orgogliosamente ai seggi con nonni e nipoti.
Solo alla fine della campagna elettorale la Meloni, cui non manca il fiuto politico, ha cercato di rimediare affermando come non si trattasse di un referendum sulla sua politica. Ma ormai era troppo tardi e la valanga di variegati oppositori era già in moto. E’ un nuovo vento politico? Certo la sconfitta trova un legame con la crescente opposizione a Trump negli Stati Uniti e la vittoria delle sinistre, per nulla scontata, a Parigi. Per la signora che ha puntato su Trump ,unto del signore che porta la pace, su Milei e su Orban (anche lui traballante), sembra che il vento sia cambiato. I centristi di forza Italia potrebbero fare in fretta a cominciare a guardarsi intorno. La cosa certa che in politica mai nulla avviene per caso.
Le reazioni al voto, o meglio all’inattesa batosta, vedono una destra promotrice del referendum sicura della vittoria, in cui ci si consola parlando di un paese spaccato e di un voto che non avrà sviluppi sul piano politico, ignorando il diffuso e crescente malcontento specie del Sud. “E’ una fase di incertezza ma non ci saranno conseguenze politiche” dichiara Lupi dei moderati che aggiunge “ha vinto la conservazione con una maggioranza che ha paura del cambiamento e di riformare la Costituzione”.
Tra gli sconfitti vi è anche un’area riformista liberal dem che si era pronunciata per il Sì, vedendo la possibilità di attuare delle sacrosante riforme necessarie alla giustizia italiana, non cogliendo le derive politiche conseguenti . Una minoranza che ha dimostrato un seguito assolutamente marginale.
Nessuna autocritica da parte di Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, se non il ribadire la polemica sulle dichiarazioni che avevano dipinto quelli del No come persone per bene a differenza degli altri, Ignorando ovviamente le dichiarazioni bellicose della premier che era arrivata a dire che se avesse vinto il No vi era il rischio di scarcerazioni dei peggiori delinquenti.
Il più esplicito e obiettivo è Maurizio Belpietro direttore de La Verità che ammette “Si blocca il percorso delle riforme , per il governo sarà tutto più difficile a partire dal premierato”.
Dal fronte del Si un entusiasta Fratoianni afferma: “la Costituzione cerchiamo di applicarla non di modificarla, cui fa eco Bonelli: La costituzione non si tocca e va difesa”. Un voto che dice in modo chiaro che non ci sono più alibi per la costituzione a sinistra di un’alternativa a questa destra che si può battere ma senza divisioni. Un referendum che ha dato linfa in primo luogo alla segretaria dem Elly Schlein come principale vincitrice nel bloccare una riforma dannosa che indebolisce la magistratura e sfregia la Costituzione e come punto fermo per costruire un fronte politico vincente. Certo il nuovo caso Delmastro , in un governo in cui non si attua mai un rimpasto e non si dimette mai nessuno, ha rappresentato la ciliegina sulla torta nella debacle di Giorgia Meloni. La separazioni delle carriere non sono una priorità.





