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venerdì, 4 Dicembre 2020

“Quella voce era di Emanuela”. Pietro Orlandi torna all’attacco su depistaggi e silenzi

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Pietro Orlandi torna all’attacco. Giancarlo Magalli, dopo aver solidarizzato con la famiglia Orlando, sembrava alla fine esterrefatto come un pugile che aspettava solo il gong per finire un round in cui i fendenti su responsabilità di Papi e magistrati, rilanciati da Pietro, continuavano a incalzare nel corso della trasmissione “La vita in diretta” del 19 ottobre.

Il fratello di Emanuela, nel finale dello spazio a lui dedicato, ha ricordato, con evidente sarcasmo, la figura del magistrato Pignatone e i silenzi in particolare di Papa Bergoglio, presentando un’eloquente dichiarazione di tre anni fa dell’appena scaricato cardinale Becciu: “E’ un caso chiuso, non abbiamo nulla da dire”.

Risulta quanto mai di rilievo il riferimento polemico di Pietro Orlandi all’autorevole magistrato (ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone) che, oltre ad aver archiviato (o come dicono alcuni “messo la pietra tombale” sul caso nel 2015), è stato nominato da Papa Francesco, nell’ottobre 2019, presidente del Tribunale vaticano.

Non si tratta di un commento giornalistico o una libera opinione, ma un’evidente e pesante convinzione posta dal fratello della ragazza, sparita nel nulla nel 1983, e da allora impegnato in una tenace battaglia di verità.

Tra l’altro Pietro ha fatto mostrare le immagini della stanzetta della sorella in cui il tempo è rimasto fermo in attesa del suo ritorno.

Nel programma la cosa più sconvolgente è stata la presentazione di un documento riservatissimo del Sismi in cui si riferisce sull’inquietante nastro, con i lamenti di una ragazza, fatto ritrovare poco meno di un mese dopo il rapimento, il 17 luglio 1983, in un cestino dei rifiuti a Roma, e che fu raccolto da un giornalista dell’Ansa.

Un nastro che gli inquirenti hanno di fatto poi ignorato, ritenendolo un possibile stralcio audio di un film porno portato da qualche mitomane. Questo mentre il documento dei servizi afferma esattamente il contrario, ovvero che la voce, in quel nastro pieno di disturbi, sarebbe quella di Emanuela Orlandi.

Vi è poi il mistero di ben tre voci maschili presenti nel nastro e sparite nella versione successiva, ripulita evidentemente non solo dei disturbi audio. Un nuovo nastro che risulta, secondo quanto afferma Orlandi, tagliato da circa 13 a soli 8 minuti.

Che fine ha fatto la cassetta originale di questo audio? Pietro ha espressamente richiesto che venga rintracciata, ritenendo che, con le attuali tecniche, ora sia più agevole identificare chi si nasconda dietro quelle voci maschili.

Perché? si chiede Pietro, e per quale motivo non è stato possibile o non si è voluto indagare su quelle persone che interagivano con la povera ragazza? Certo il nastro era un modo per far capire che la ragazza era viva, ma Pietro insiste affinché quel nastro originale con le tre voci maschili venga ripreso e rianalizzato al più presto. Il nastro originale pare sparito e non è la prima volta che prove importanti sul caso svaniscano nel nulla come per il famoso flauto, utilizzato da Emanuela nella sua ultima lezione a Sant’Apollinaire, fatto ritrovare nel 2013 avvolto in un quotidiano romano del 1985, dal fotografo Marco Fassoni Accetti (autoaccusatosi per il rapimento e autore di un memoriale sulla vicenda pubblicato integralmente nel “Il Ganglio”, del giornalista – scrittore Fabrizio Peronaci). Incredibilmente si è saputo di recente che quella che sarebbe potuta essere una “prova regina” era stata distrutta dopo essere stata custodita negli archivi giudiziari.

Ma i misteri non finiscono qui. La cassetta, che potrebbe documentare un atto di tortura sulla povera ragazza, ha anche un lato B con un articolato ed esplicito documento politico (di fatto ignorato totalmente da inquirenti e media), che rappresenta la cartina di tornasole di quella che viene definita “pista internazionale”.

Una pista in cui i rapimenti Orlandi-Gregori si motivano con il tentativo di smontare le accuse rivolte da Ali Agca, l’attentatore di Papa Wojtyla nel 1981, verso i suoi mandanti bulgari, ipotizzando anche uno scambio per la concessione della grazia all’ex lupo grigio detenuto.

Fatti che poi si sono verificati con la ritrattazione del turco sui suoi mandanti (il 28 giugno 1983, sei giorni dopo il rapimento Orlandi) e con le documentate, ma meno note, pressioni su Pertini per la grazia ad Agca, tramite il rapimento di un’altra ragazza quindicenne: Mirella Gregori.

Come detto il documento riservatissimo del Sismi, e il testo politico contenuto nella cassetta, sposano in pieno la pista del complotto internazionale con buona pace del ritrovamento di ossa, di piste pedofile e sataniche, e della miriade di prese di posizioni e interventi, spesso espressione di depistaggi, per un caso che continua a cercare il bandolo della verità pur avendo fior di personaggi coinvolti ed indagati in anni di indagini vanificati dall’archiviazione. E’ veramente difficile pensare che un elaborata traccia politica come quella presente sul lato B della cassetta sia stata totalmente ignorata. 

I rapimenti Orlandi-Gregori sarebbero stati quindi motivati principalmente nel “fare contento” Ali Agca, mentre era in corso una vera e propria guerra sia dentro il Cupolone che fuori, tra alfieri dell’ostpolitik e suoi nemici senza esclusioni di colpi. Questo mentre in Polonia, con l’appoggio del Vaticano (o meglio di Papa Wojtyla) al sindacato Solidarnosc (anche a suon di milioni di dollari di dubbia provenienza), creava le prime profonde crepe che portarono all’implosione dell’intero impero sovietico.

Il tutto nel turbolento periodo di guerra fredda, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, caratterizzati dello Ior di Marcinkus, del “suicidio” londinese di Roberto Calvi del Banco Ambrosiano e dalla P2.  

In questo quadro riemerge a pieno titolo la figura del fotografo Marco Fassoni Accetti.  E’ sua la voce presente presente nella contestata cassetta? Non è lui l’amerikano telefonista del rapimento e attenzionatore per conto della Stasi (i servizi della Germania Est)?. 

Il ritorno sulla pista internazionale, tra una miriade di ipotesi di ogni tipo, cancella di fatto le speranze di trovare un qualche supporto sulle sponde di un Vaticano di fatto sempre silente. Questo dopo gli slanci di questi ultimi anni per le pseudo aperture della Santa Sede per ritrovamenti di ossa e tombe teutoniche dagli esiti alquanto scontati.  

In realtà il silenzio ufficiale degli  esponenti vaticani sul caso Orlandi non si è mai  interrotto se non per affermare “non abbiamo più nulla da dire”, limitandosi a definire la  vicenda “quanto mai delicata”.  

Un  silenzio su Emanuela che non è stato solo ufficiale ma è stato  sempre imposto anche dietro le mure leonine. 

Tanto che era mal vista anche la presenza di una immagine di Emanuela su una scrivania o il fatto che si parlasse di questo caso tra i suoi dipendenti di una ragazza che, come i suoi familiari, è cittadina vaticana.

 In ogni caso, indipendentemente da silenzi, trattative segrete, dossier e depistaggi,la ricerca della verità sul cold case più importante del secolo scorso non si ferma, ritornando a quella pista internazionale che lega i rapimenti  delle due  ragazze all attentato al Papa polacco.  

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