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martedì, 4 Agosto 2020

Pietro Orlandi: “Che illusione e che delusione quel convento in Lussemburgo, fu peggio del giorno del rapimento”

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

di Moreno D’Angelo

Dove sia finita Emanuela Orlandi resta ancora un mistero. Diverse piste la vedono diretta verso il nord. Trentino, Lussemburgo o Gran Bretagna. Pietro, fratello di Emanuela, ricorda ancora con emozione quel momento in cui si recarono pochi mesi dopo il rapimento, in un convento in Lussemburgo sicuri di riportare Emanuela a casa. Seguì la grandissima delusione nel riscontrare che quella novizia che doveva essere Emanuela non le assomigliava nemmeno. La giovane si mise pure a piangere preso atto del dramma di cui era incolpevole protagonista. Per Pietro quella delusione fu maggiore a quella della sparizione di Emanuela. Vi furono poi tanti altri viaggi della speranza. Nessuna pista, nessuna voce fu trascurata ma senza esito. Pietro ricorda quando si recò con il giornalista Fabrizio Peronaci, autore di due libri sul caso Orlandi, nel Tirolo inerpicandosi al monastero di Sabiona, a seguito di una discutibile “voce”: «Non ci fu nulla da fare, in quel centro spirituale di clausura ci fu impedito di entrare. Ci dovemmo accontentare della risposta della badessa che negava (ma ci lasciò perplessi..) la presenza di Emanuela, adducendo al fatto che li parlano tutti tedesco..».
Per il Vaticano il caso è chiuso da tempo ma forse ci sarebbe aspettato qualcosa di più con il nuovo corso. Purtroppo, a quanto pare, quel muro di silenzio che protegge intrighi d’ogni tipo, assolutamente scomodi per più soggetti, non potrà mai essere abbattuto. Una brutta pagina per chi crede nella giustizia e verità. Tutto rimane nel vago nell’incertezza nonostante l’evoluzione tecnologica di questi decenni.
Come per quella impressionante voce disperata di una giovane ragazza torturata che chiede aiuto contenuta in una cassetta spedita ai genitori di Emanuela poco dopo il rapimento. Dopo tanti anni non si sa di chi sia quella voce mentre le tracce con gli interventi di tre uomini presenti sono state cancellate. E’ la cartina di tornasole di un vortice di ricatti, intrighi che coinvolge più soggetti che hanno certamente trovato nell’archiviazione un sospiro di sollievo. E’ solo grazie alla tenacia di alcuni magistrati, parenti di Emanuela e giornalisti che il caso continua ancora a essere quanto mai vivo, turbando la coscienza civica di tanti che non si arrendono.

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