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mercoledì, 12 Agosto 2020

Maxischermo a Parco Dora, un processo poco interessante, ma le sorprese sono dietro all’angolo

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Andrea Doi
Andrea Doi
Giornalista dal 1997. Ha iniziato nel '93 al quotidiano La Nuova Sardegna. Ha lavorato per Il Manifesto, Torino Sera, La Stampa. Tra le sue collaborazioni: Luna Nuova, Il Risveglio del Canavese, Il Venerdì di Repubblica, Huffington Post, Avvenimenti e Left. Dal 2007 a Nuova Società, di cui è il direttore dal 2017.

Poco si è scritto sul processo che si apre tra qualche giorno a Torino, il 26 giugno, sulle vicende del maxischermo collocato a Parco Dora il 3 giugno 2017, per la proiezione della partita di calcio della Juventus, ma molte sono state le allusioni e le ipotesi.
Dalle carte depositate dai pubblici ministeri emerge però un quadro, che nella sua semplicità, fa scaturire parecchie domande.

I fatti. La sindaca di Torino, Chiara Appendino, aveva costruito gran parte della sua campagna elettorale sulla tematica delle periferie, iniziando dal primo appuntamento pubblico, organizzato sotto la tettoia del mercato della Falchera.

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Era dunque abbastanza scontato che in occasione di un evento come quello della finale di Champions League della Juve contro il Real Madrid non si facesse sfuggire l’occasione, assai ghiotta, di “valorizzare le periferie”.

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Infatti, per la proiezione della partita erano inizialmente previsti ben tre luoghi: uno in centro in Piazza Castello (chissà perché, e da chi, poi fu deciso piazza San Carlo, ma questo sarà argomento di un altro processo), uno a nord, a Parco Dora ed uno a sud, al Lingotto. Quest’ultimo fu solo ipotizzato perché il mercatino che GL events avrebbe voluto organizzare alla fine non si fece, e di conseguenza anche il maxischermo non fu collocato.

Ben diverso il discorso per Parco Dora: gli organizzatori del Salone dell’Auto aderirono alla richiesta della Città e diedero indicazione agli allestitori di anticipare il montaggio dello schermo già previsto sotto la tettoia dello strippaggio per il “Drive in”.

Questa ricostruzione dei fatti è confermata dalle mail allegate nei fascicoli processuali. Mail inviate dalla funzionaria adibita a seguire gli eventi della Città, Chiara Bobbio, rinviata a giudizio per i tragici fatti di Piazza San Carlo, e ai soggetti interessati.

Nelle carte sono presenti i nomi di altri funzionari, oltre la Bobbio: quello del responsabile del suolo pubblico, Mauro Agaliati (non indagato e mai sentito dai magistrati), quello del responsabile della Polizia Municipale, l’allora comandante Ivo Berti, quello del questore Angelo Sanna (anche lui rinviato a giudizio per Piazza San Carlo) e quello del vice questore aggiunto Luca Celeste, presente la sera dell’evento a Parco Dora, come stabilito nell’ordine di servizio della Questura.

A quanto pare chi avrebbe dovuto rilasciare i permessi per l’evento, non solo non ha rilasciato nulla (anche perché gli organizzatori non hanno mai presentato le domande) ma davanti agli inquirenti ha sostenuto di non aver mai saputo nulla dell’evento (seppur informato tramite numerose mail, presenti nelle carte della Procura).

Così: chi avrebbe dovuto seguire gli organizzatori, in questo caso la responsabile degli eventi, dopo aver inviato i moduli da compilare non si è mai accertata che gli organizzatori li avessero presentati, chi ha emanato l’ordine di servizio per la sicurezza, il Questore, non ha mai richiesto agli organizzatori copia delle autorizzazioni, e infine, la Polizia Municipale, giunta sull’area, non ha mai effettuato i controlli di prassi richiedendo il titolo di occupazione e le licenze agli organizzatori.

Questi fatti però non sono stati considerati interessanti dai pm Rinaudo e Pacileo, titolari del fascicolo. Al contrario di un altro dettaglio, dal quale sono scaturite quelle ipotesi e quelle allusioni di cui si accennava all’inizio e che tanto hanno interessato le cronache.

Luca Pasquaretta, il famigerato capo ufficio stampa della sindaca, inizialmente difeso in questo procedimento dall’avvocato Luigi Chiappero ed ora dall’avvocato Stefano Caniglia, vanterebbe un’amicizia decennale e consolidata con Franco Capra, l’allestitore del maxi schermo e del Salone dell’Auto.

E proprio su questo legame si è concentrata gran parte dell’inchiesta, anche perché sarebbero emerse delle discordanze su quanto dichiarato da Pasquaretta e da Capra in relazione al presunto coinvolgimento di Paolo Giordana.

Tutte le persone coinvolte hanno infatti dichiarato di non aver mai avuto contatti con quello che era il potente Capo di Gabinetto della sindaca.

Allora perché il nome di Giordana spunta nell’inchiesta Parco Dora?

Secondo le dichiarazioni, a verbale, di Pasquaretta ci sarebbe stato un caffè o addirittura un pranzo a tre: lui, Giordana e Capra, a mezzogiorno del 3 giugno 2017. Appuntamento dal quale risulterebbe manifesta la “regia occulta” del Richelieu sull’intera vicenda.

Ma questo rendez-vous, secondo Capra e secondo Giordana, non ebbe mai luogo. Legittimo dunque domandarsi il perché Pasquaretta affermi il contrario e sul perché coinvolgere, senza alcuna apparente ragione, direttamente Giordana. Cosa non viene detto? E, se ci sono, quali pezzi del puzzle non sono stati messi sul tavolo per completare il quadro?

La lista dei testimoni presentata dall’avvocato difensore di Pasquaretta è piuttosto lunga e comprende, ovviamente, tutti quei funzionari e responsabili che avrebbero dovuto acquisire documenti, rilasciare licenze e fare controlli, ma che, a quanto pare, non l’hanno fatto. 

Certo non si prospetta come un processo interessante per gli argomenti affrontati: in fondo secondo l’accusa si tratta di una “semplice” occupazione abusiva di suolo pubblico, ma potrebbe riservarci delle ghiotte sorprese nelle dichiarazioni dei testimoni.

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