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sabato, 18 Maggio 2024

L’Unità dell’assurdo

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Quando morì Enrico Berlinguer, l’11 giugno 1984, ci fu chi scrisse “l’Unità era (per Berlinguer) la luce dei suoi occhi”. Non è difficile credervi. Da Berlinguer andando a ritroso nel tempo, ai due soli segretari che ebbe il Partito Comunista Italiano dal secondo dopoguerra al 1984, Palmiro Togliatti e Luigi Longo, il giornale l’Unità fondato da Antonio Gramsci fu sempre considerato lo zenit dell’informazione e della formazione intellettuale e culturale del partito nuovo. Non a caso, chi lo andava a dirigere, o era già un affermato dirigente  o stava per diventarlo, cosicché l’Unità ne diventava la consacrazione. Direttori, cito a memoria, furono Velio Spano, Mario Montagnana, Pietro Ingrao, Mario Alicata, Alfredo Riechlin, Emanuele Macaluso, quest’ultimo voluto proprio da Enrico Berlinguer.

Mala tempora currunt. Davvero. Alla vigilia deIle Europee, il segno dei tempi ora lo si coglie dalla rabbia che attanaglia chi l’Unità l’ha avuta tra le mani da lettore, l’ha diffusa da militante, l’ha amata da giornalista. Maurizio Belpietro, direttore de l’Unità per un giorno o per caso, infatti, è soltanto un eccesso, una finta trasgressione, ma nel concreto è soltanto un’offesa alla storia di quel giornale e allo stesso modo di interpretare anche la storia del nostro Paese. Cui protest?

Chi ci legge sa che non amiamo prenderci sul serio. Esattamente come – si parva licet – faceva il mitico Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, corsivista storico de l’Unità di quell’intensa stagione a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

Ma oggi come si fa a non essere seri con il groppo che ti stringe la gola per la leggerezza, sì proprio leggerezza, con cui il proprietario ed editore della testata (Pessina) ha imposto quel direttore a tempo, breve, appena ventiquattr’ore, quanto sufficiente però ad offendere il coraggio antico che fece da levatrice alla nascita delll’Unità il 12 febbraio del 1924, due mesi prima delle elezioni del 6 aprile che avrebbero dato tutto il potere a Benito Mussolini e al fascismo; tre mesi prima, il 30 maggio, del discorso di Giacomo Matteotti alla Camera con cui il deputato socialista, nel denunciare i brogli degli squadristi, consegnava la sua vita nelle mani dei criminali in camicia nera; quattro mesi prima, il 10 giugno, in cui lo stesso Matteotti venne prelevato dai sicari fascisti, ucciso e seppellito nell’agro romano.

Paroloni, scriveranno o diranno in molti, che non vanno oltre la retorica. Ma a parte che piangere, come avrebbe detto il compianto Massimo Troisi, ci resta altro da fare? Magari con la retorica, che come insegna Aristotele si presta alla riflessione, si riprenderà un po’ di quel coraggio che è mancato a chi ha ibernato l’Unità.

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