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lunedì, 15 Luglio 2024

L’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno è un nuovo conflitto politica magistratura

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di Mario Sechi

L’ultima cosa di cui il Paese ha oggi bisogno è l’ennesima riproposizione di un conflitto fra politica e magistratura. E’ un conflitto che si alimenta di polemiche spesso stucchevoli che interessano una ristrettissima cerchia politico-mediatica, ma che restano lontanissime dai problemi e anche dall’interesse di gran parte degli italiani. Quel conflitto ha fatto la fortuna di Berlusconi, che con la propaganda su toghe rosse e persecuzioni giudiziarie ha tenuto insieme i suoi, ha garantito le carriere di qualche retroscenista, passato dalla penombra delle redazioni di giornali poco letti a molto più illuminati studi televisivi e ha regalato alla politica, che visti i risultati ne avrebbe fatto volentieri a meno, due o tre ( tre per la precisione) pubblici ministeri le cui carriere in magistratura non brillavano per futuro e prospettive. Di sicuro è un conflitto che non ha portato nessun beneficio né a chi ha a cuore autorevolezza e prerogative della politica, né a chi difende il prestigio e l’indipendenza della magistratura.

Per questa ragione, pur trovando poco ponderati alcuni passaggi dell’intervista del Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e molto pertinenti le critiche, di merito, che a quelle affermazioni sono state mosse, credo sarebbe un errore farne occasione di polemica. Molto più utile è rispondere alle parole di Pier Camillo Davigo come ha fatto e sta facendo Andrea Orlando: con i fatti, quelli già compiuti e soprattutto quelli ancora da compiere sia sul fronte delle riforme legislative in materia di giustizia, sia sul fronte dell’azione per contrastare la permeabilità dei partiti e delle amministrazioni rispetto a corruzione e infiltrazione criminale. Quindi non c’è da parte del Partito Democratico nessun attacco, nessuna delegittimazione nei confronti dei magistrati. Chi ha provato ad accostare le parole del Segretario de PD, sulla necessità di arrivare alle sentenze, ai comportamenti ed agli atteggiamenti di Berlusconi nei confronti dei giudici o è in malafede, o è irrimediabilmente stupido.
Il Partito Democratico non ha mai ostacolato, né mai messo in discussione l’azione dei magistrati, non ha mai gridato al complotto, mai delegittimato il loro lavoro. Il Partito Democratico non invoca il legittimo impedimento ma presenta leggi, che certo possono anche non essere perfette, ma il cui senso, vale per i provvedimenti anticorruzione, per il falso in bilancio, per il codice appalti o per le norme in discussione sulla riforma del processo e della prescrizione, è univoco: agevolare il lavoro dei magistrati, non ostacolarlo, dare strumenti per arrivare a pronunciare le sentenze, non per evitarle. Il punto, semmai, è che tutto ciò non è sufficiente. La lotta alla corruzione, alla cattiva gestione della cosa pubblica, all’infiltrazione criminale nei partiti e nella vita democratica del paese non può limitarsi all’azione giudiziaria.

Questo è ciò che compete alla magistratura, che deve essere messa nelle migliori condizioni per operare, ma non risolve le responsabilità dirette della politica e dei partiti. Il vero punto in discussione, insomma, e su questo invece il ritardo, di analisi e di risposta, è grande, è come i partiti si attrezzano per contrastare i rischi di contatto e penetrazione di corruzione, malaffare e criminalità al proprio interno, quali anticorpi sviluppano per rendersi immuni da collusione e coinvolgimento e sono anticorpi politici, non giudiziari. Da vent’anni, il dibattito politico italiano è velenosamente intossicato da una contrapposizione, sfacciatamente strumentale, fra giustizialismo e garantismo. Entrambi interessati, entrambi pretestuosi. Giustizialismo, non sete di giustizia, garantismo, non rispetto delle garanzie proprie della civiltà del diritto. L’uso che si è fatto dell’uno e dell’altro, su fronti contrapposti, per combattere una battaglia che era invece tutta politica ha generato mostri e danni e, oggi, rischia di lasciarci indifesi di fronte agli attacchi e alla minaccia criminale. Perché il risultato, francamente paradossale, di questa discussione è che ha prodotto l’irresponsabilità della politica, che ha totalmente delegato alla magistratura ogni risposta, adottando in modo fuorviante ed autoassolvente, il principio della rilevanza penale. La rilevanza penale, nei comportamenti di chi in un territorio dirige un partito o amministra la cosa pubblica è questione che riguarda i pubblici ministeri, gli avvocati e il giudice.

Quello che interessa noi è la rilevanza politica di quei comportamenti, la loro coerenza con l’obiettivo di liberare il nostro paese dal peso e dalle catene del malaffare e della criminalità, perché quell’obiettivo è nel patrimonio fondativo del Partito Democratico. Si badi bene, non è cosa semplice, anzi è un percorso di straordinaria complessità e delicatezza e si presta a straordinari rischi di strumentalizzazione. Chi ha oggi risposte semplici da urlare e gesti eclatanti da sollecitare o fa propaganda o è un cialtrone, più spesso entrambe le cose. Ma per quanto complesso, per quanto rischioso, è ciò che dobbiamo fare. E tutte le informazioni, tutti gli elementi di conoscenza e comprensione sono di fronte a noi, basta avere la volontà e la determinazione per vederli, per capirli e per mettere a frutto ciò che ci insegnano. C’è una documentazione raccolta in decenni di indagini, inchieste, studi che fornisce tutti gli elementi per capire, c’è il lavoro prezioso di mappatura svolto da Fabrizio Barca e Matteo Orfini a Roma, ci sono le parole amare, certo, ma che non si possono ignorare, di Rosaria Capacchione; c’è l’esperienza ed il buon senso che consentono di sapere, senza che ce lo dica un pubblico ministero, che se un candidato in un consiglio comunale spende 150.000 euro per farsi eleggere c’è un problema, che se le cene elettorali sono offerte da chi poi vince gli appalti c’è un problema, che se ad Ostia o nei comuni del casertano anche i ragazzini sanno chi sono i capi clan è curioso che non lo sappiano i politici o gli amministratori del luogo, che se a raccogliere tessere e preferenze sono i capiscala, anziché i segretari di circolo o i candidati c’è un problema. C’è un problema se il circolo di un paese, o di un quartiere, riesce a rimanere aperto solo diventando il comitato elettorale del notabile locale che ne paga i conti. Nessuna di queste cose ha rilevanza penale, ma è proprio di questo che vive il “mondo di mezzo” e sono queste “cattive abitudini” a rendere i partiti e i loro esponenti nelle amministrazioni più permeabili e vulnerabili. Metterci mano, occupandoci finalmente della costruzione, anche nei territori, del Partito Democratico, senza dover aspettare che ci spinga a farlo un avviso di garanzia, un’intercettazione, un rinvio a giudizio, credo sarebbe prima ancora che giusto o lodevole, semplicemente intelligente.

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