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mercoledì, 22 Maggio 2024

Lotta alle fake news: Il Parlamento europeo e La Repubblica battezzano la piattaforma TrUE

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Le bufale sempre trovano terreno fertile nei tempi di incertezza sociale: nei Promessi Sposi i popolani occhieggiavano i presunti untori di peste, e li inseguivano per il linciaggio al minimo sospetto. L’analisi sociologica ci direbbe che avevano bisogno di un capro espiatorio per i malanni che percepivano come vicini.
Fortunatamente le istituzioni odierne, senz’altro più ricettive e attente di quelle di manzoniana memoria, cercano di porre un freno all’esplosione delle bufale causate dalla recente epidemia di Coronavirus: TrUE, la piattaforma creata in collaborazione tra la Repubblica ed il Parlamento Europeo, è una delle risposte.

L’importanza delle notizie certificate

TrUE è, soprattutto, una missione. Parliamo di una rubrica, gestita sul sito di Repubblica online e foraggiata da una collaborazione spalla a spalla con il Parlamento Europeo, che si propone di fornire notizie veritiere e documentate su temi di stretta attualità. 
Ma non dovrebbe essere già il compito dei giornalisti? Dovrebbe, ma l’esigenza di un’ulteriore certificazione dimostra che forse i giornali non sono più sufficienti. 
Non è un caso che nello stesso periodo anche Ansa abbia pensato a una sorta di bollino da apporre a tutte le comunicazioni. L’obiettivo? Anche qui, combattere il proliferare di informazioni imprecise, poco veritiere, o addirittura dalle fake news create ad hoc per la viralità, per controllare il mercato e le menti di chi ha meno tempo per verificare opportunamente le fonti.
Prendiamo la notizia falsa che collegherebbe la rete 5G al proliferare del Coronavirus. Per verificare una notizia simile servono tempo e risorse, che un lavoratore a tempo pieno non è probabilmente in grado di affrontare appieno.
Mentre TrUE si colloca in un contesto editoriale, Ansacheck si spinge tecnologicamente più in là e utilizza la tecnologia blockchain per cifrare l’autenticità e mostrare al lettore un vero e proprio badge Ansa in calce alla notizia.
Un badge che non potrà evidentemente comparire in un articolo che correla il 5G al Coronavirus, ad esempio. Il proliferare di fake news in merito a questo argomento si inserisce, come per la pandemia, su un filone di narrativa para-scientifica, che può sfociare in episodi anche gravi, come il vandalismo alle antenne 5G. 

Le smentite sul 5G

È comune a diverse innovazioni tecnologiche: ciò di cui non si conoscono gli effetti viene targato come dannoso. Le teorie complottiste in merito si spingono decisamente più in là della semplice contestazione precauzionale, come mostra l’Istituto Superiore di Sanità in un dossier nel quale risponde a tono a tutte le false notizie presenti sul mercato. Se anche un’istituzione di questo calibro si scomoda per rispondere, significa che forse si è andati un po’ troppo oltre. È sufficiente cercare qualche titolo del popolare tabloid britannico Daily Star, e la lista delle teorie fantasiose sul 5G si dispiega sotto i nostri occhi. 
I punti realmente controversi possono esserci. Ad esempio: in quanto nuova tecnologia, il 5G richiede un dispiego di risorse considerevole—particolarmente in Italia, dove l’asta per le frequenze 5G è stato costosissimo per i operatori telefonici
Quello che però sappiamo, e spiega molto sinteticamente in questo articolo Ilenia Tinnirello, docente di Reti radiomobili all’Università di Palermo, è che il 5G non ha alcuna correlazione certa con nessuna patologia medica. Ma soprattutto, la correlazione con il Coronavirus è stata smentita più volte, sia per l’impatto immunitario che per quello cardio-respiratorio.  

Le conseguenze della paura

Un dibattito scientifico avrebbe perfettamente senso, prima dell’installazione di nuovi dispositivi che avranno un impatto sulla vita pubblica. Ma diciamoci la verità: la scienza sulla 5G è già chiara. Come ha notato la Repubblica, non c’è stato un solo studio scientifico che dimostra che la rete di nuova generazione ha effetti dannosi sulla salute. 
“Io davvero non capisco”, ha spiegato Nicola Blefari Melazzi, direttore del Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni. “Il 5G nella sulla forma attuale usa onde simili a quelle del 4G. Di bande ne sfruttano diverse, ma quelle millimetriche che i complottisti sostengono essere nocive, non penetrano i muri”. 
Questo complottismo, purtroppo, ha ripercussioni reali sul territorio. In Italia, come in altri paesi, cittadini che credono in queste bufale hanno dato fuoco a qualche antenne telefoniche, lasciando migliaia di utenti senza linea. I sindaci, intanto, hanno una decisione difficile da prendere. Come hanno la facoltà di non consentire i lavori di installazione dei dispositivi per la ricezione del 5G, devono decidere mentre seguire la paura irrazionale dei cittadini, o adeguarsi a una tecnologia tutto sommato non invasiva per gli esseri umani, e che potrebbe aiutare le aree periferiche a colmare il loro digital divide.
Sul digital divide stesso si potrebbe aprire un dibattito interessante. Il 5G colmerà il digital divide di aree attualmente tagliate fuori dalla banda ultralarga, spiegano i costruttori e tanti entusiasti. La mancata copertura di banda larga fissa ad almeno 2 Megabit (il cosiddetto “digital divide di primo livello”) riguarda una popolazione di pochi punti percentuali, in Italia. Invece una popolazione tra il 20 e il 40% (stime Agcom relative al 2018) non ha una connessione adeguata alla fruizione di servizi online che ormai consideriamo indispensabili. Risolvere questo problema dovrebbe essere una priorità per l’Italia—ma la soluzione corre il rischio di essere fuorviata a causa di fantomatici complotti.
Per questo la speranza di TrUE, e di Ansacheck, non tanto di dare risposte univoche a problemi politici. Ma di stimolare il dialogo informato in merito, e reprimere teorie dannose, o peggio, vandalismi di cittadini terrorizzati da false notizie. 

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