“Benvenuto in un giornale perbene”. Era una fine gennaio del 1995, e l’ Avvocato mi accoglieva così nel suo ufficio alla Fiat di Corso Marconi. Il Lingotto sarebbe “rinato” più tardi, a rinverdire i fasti di Torino. “La Stampa”, invece, era rimasta la stessa da più di un secolo. Io ci arrivai chiamato da Ezio Mauro che allora la dirigeva, e che di lì a poco si sarebbe trasferito a “Repubblica” (dove due anni dopo sarei rientrato anch’ io, per poi passarcene altri 23). Un andare e un tornare che si è ripetuto spesso: da Mario Calabresi a Maurizio Molinari, che ora mi passa il testimone”.
Lo scrive nel suo primo editoriale sulla stampa, il neo direttore Massimo Giannini. “A conferma di quanto siano intrecciate le vicende di queste due testate, diverse ma unite da una trama identitaria comune, fatta di laicità e modernità, di azionismo e di civismo, di senso dello Stato e di fedeltà ai principi delle liberal-democrazie dell’ Occidente, oggi sono di nuovo qui, proprio nel giorno della Festa di Liberazione dal fascismo, che di quell’ identità condivisa è elemento costitutivo”. “E torno .- fa sapere – con lo stesso orgoglio di allora. Perché in questo, grazie ai direttori che mi hanno preceduto e nonostante le novità che l’hanno caratterizzata, “La Stampa” è quella di sempre: un giornale perbene. Ma torno anche con la consapevolezza di quanto sia buia l’ ora che viviamo”.
“La generazione dei nonni, sopravvissuti alla guerra – continua -, volata via senza l’ ultima carezza e la generazione dei 50enni, cresciuti nella pace, in fila per il pane. Sono immagini e traumi che non si cancellano. Contiamo i morti, ma anche i giorni che ci separano dal ritorno a un’ esistenza quasi normale. Chiediamo al governo di indicarci una chiara exit-strategy dalla chiusura totale che asfissia 6 milioni di famiglie, brucia 8 punti di Pil e costa 160 miliardi di fatturato industriale. Domani il premier Conte illustrerà la sua road map. Gli altri lo hanno già fatto. Non dirò la solita Germania, dotata di ambulatori sul territorio, 30 mila terapie intensive, 2 milioni di tamponi, mascherine nei luoghi di lavoro”. ”
Dico Spagna e Portogallo – aggiunge -, colpiti dal Covid in condizioni non migliori delle nostre e tuttavia capaci di venirne fuori prima. Perché noi non ci riusciamo? Perché restiamo impastoiati negli ingranaggi della macchina Stato-Regioni, Protezione Civile-Comitato Scientifico, Commissione Pisano-Comitato Colao? Perché la ripartenza si perde nel labirinto di 45 fantasmatiche “task force” e 600 presunti esperti? Perché cadono sul campo 200 medici e infermieri e sulla strage nelle Rsa indagano decine di procure? Perché oscilliamo tra Grande Lazzaretto e Colonia Penale? Questo si chiedono i cittadini, che hanno dimostrato una maturità straordinaria. Ma la pazienza può finire”.
“Si dice: “Ne usciremo migliori” – continua -. Non ne sono sicuro. Ci accontenteremmo di poco. Più diritti e meno disuguaglianze. Un sistema di protezione sociale più solido e meno squilibrato. Un fisco più equo e meno evasione. Servizi pubblici con più merito e meno burocrazia. È il vero inciampo della Fase Due (ma anche Tre e Quattro): gli italiani sono pronti a ripartire, lo Stato no”.





