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lunedì, 13 Luglio 2020

Le istituzioni non sono un social network

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Scritto da Michele Paolino
Leggo con sgomento la notizia secondo la quale Valentina Sganga, capogruppo del M5S nel consiglio comunale di Torino, avrebbe giustificato la sua contrarietà alla richiesta di comunicazioni della Sindaca Appendino sulla vicenda della candidatura della nostra città ai Giochi Olimpici Invernali del 2026 con la grave e infelice frase: «non ci sono novità e la Sindaca ha già detto cosa pensa con un post sulla sua pagina facebook».
Non spetta a me entrare nelle dinamiche della Conferenza dei Capigruppo e in quelle dell’aula, ma, da cittadino, da persona che ama profondamente la propria città, la sua storia e il suo legittimo desiderio di futuro, da uomo delle istituzioni, che ha avuto l’altissimo onore di presiedere la Sala Rossa per otto anni, ritengo che quella frase, se confermata, sia un insulto inaccettabile nei confronti della Città di Torino, delle sue massime istituzioni e di tutti i torinesi.
Ricordo alla consigliera Sganga, qualora non lo sapesse o non l’avesse notato, che il gonfalone della Città di Torino è decorato con la medaglia d’oro al valor militare per il contributo alla Liberazione del nostro Paese dal giogo nazifascista e per aver partecipato attivamente all’introduzione della democrazia, come base fondante della nostra Repubblica.
Negare un dibattito nel luogo dove tutti i torinesi sono rappresentati attraverso l’esercizio del voto, perché “il pensiero della Sindaca è già stato espresso sui social network”, offende, innanzitutto, ciò che rappresenta quell’onorificenza: il sacrificio di molti nostri concittadini che hanno partecipato attivamente alla Resistenza e che si sono opposti, anche a costo della propria vita, ad una deriva autoritaria e antidemocratica.
Anteporre Facebook alla Sala Rossa vuol dire, inoltre, offendere i cittadini che hanno partecipato, con il loro voto, a scegliere i consiglieri che fanno parte del Consiglio. Loro si aspettano che in quella sede, e non in altre, vengano discusse le questioni che riguardano la vita, le sorti, le prospettive della loro Città.
Nessuno ci obbliga a candidarci, ma una volta eletti abbiamo il dovere di rispettare la fiducia e le aspettative che gli elettori hanno riposto in noi. Se la consigliera Sganga non riconosce il valore della democrazia elettiva e rappresentativa può sempre dimettersi e restare comodamente a casa a scrivere post sui social network.
Infine, vorrei ricordare che è garanzia per tutti salvaguardare le Istituzioni di cui, pro tempore, siamo chiamati a svolgere i nostri compiti di rappresentanza dei cittadini. I torinesi, in tutti i momenti di difficoltà che hanno vissuto, dalla Peste del 1630 all’assedio francese del 1706, dalla Prima alla Seconda Guerra Mondiale, dall’occupazione tedesca al terrorismo degli anni ’70, hanno sempre guardato verso Palazzo Civico come al luogo più alto cui rivolgersi, cui fare affidamento, ben sapendo che in quel Palazzo, e non in altri ambiti, vi è la sede deputata a rappresentarli. Spiegare il percorso di una vicenda che riguarda e interessa i cittadini da vicino non è una questione tra ceto politico, non rientra nel gioco della contrapposizione partitica, ma è un atto dovuto di rispetto verso chi si è recato alle urne e che si aspetta che il confronto sia pubblico e sia nel luogo deputato, in questo caso il Consiglio Comunale, non un social network.
Sono certo che il Presidente Versaci saprà far comprendere alla consigliera Sganga, e al gruppo che rappresenta, l’importanza che il dibattito debba avvenire in Sala Rossa e non da altre parti e che la Sindaca Chiara Appendino saprà rimediare al vulnus che l’incauta capogruppo ha generato con la sua infelice esternazione

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