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La crisi Mondiale del Brasile

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

La metafora del gioco del calcio, ovviamente, calza a pennello. Le curve infuocate, gli incravattati in tribuna, 22 tizi che combattono sul rettangolo verde. Ogni partita è preceduta da pronostici e aspettative, ipotesi di vittorie facili o di tremende sconfitte, ma è la battaglia del campo a determinare il risultato, il più atteso come il più inaspettato. Questo è quel che sta avvenendo in Brasile, in una partita che è iniziata ben prima dell’evento dei Mondiali, in programma dal 12 giugno al 13 luglio 2014. Una significativa moltitudine di brasiliani è scesa in piazza in questi mesi, per una variegata battaglia sociale che non solamente ha individuato nelle istituzioni la sua controparte politica ma ha anche intelligentemente interpretato la vetrina del festival del calcio mondiale come terreno del malcontento.
Ingovernabili favelas
Le cronache brasiliane delle ultime settimane sono state occupate dall’operazione di pacificazione delle favelas di Rio de Janeiro tentata dal governo di Dilma Rousseff, senza particolare successo e con imponente violenza. Le manovre di sgombero delle baraccopoli (dove vive più di un milione di persone) e di bonifica dai narcos (governatori accreditati delle periferie) hanno scatenato una reazione a catena, di violenze ma anche di resistenze. Il 21 aprile, in un’operazione di polizia, è stato ucciso Douglas Rafael da Silva Pereira, famoso ballerino televisivo. Nella favela Pavao-Pavaozinho in tanti hanno protestato per l’omicidio di una persona che stava semplicemente fuggendo dagli scontri a fuoco tra polizia e narcos: il ballerino ha saltato un muro per rifugiarsi in una scuola, la polizia l’ha scambiato per un narcotrafficante e picchiato a morte. “Integrare più che reprimere”, questo il motto malamente applicato della presidente Rousseff. I materiali che continuano a circolare sul web testimoniano il contrario: la battaglia di Ipanema e Copacabana, poliziotti con pistola in pugno, giubbotti antiproiettile e fucili puntati sulle finestre dei palazzi, roghi di strada e barricate incendiate, morti per strada. A poco più di un mese dalla Coppa del Mondo il Brasile non è propriamente il paradiso sudamericano del futebol che il padrone della Fifa, Joseph Blatter, aveva immaginato.
Impreparato Brasile
Il Brasile ha ospitato la scorsa estate (2013) la Confederations Cup, quest’anno farà lo stesso per i Mondiali (2014), preparandosi per le Olimpiadi di Rio (2016). Le polemiche sullo stato dei preparativi imperversa da almeno un anno, a più riprese i santoni del governo dello sport mondiale hanno minacciato di cambiare destinazione agli eventi già in programma, soprattutto dopo le pessime valutazioni fatte sulle prestazioni organizzative della Confederations Cup. Lo scorso 2 aprile il segretario generale della Fifa, Jerome Valcke, ha ammesso che il Paese «non era del tutto pronto» per i Mondiali, alla luce dei due stadi, quelli di Porto Alegre e di Sao Paulo, ancora in costruzione. Come per ogni spettacolo non si contano gli impicci accaduti, le morti sul lavoro, le proteste per i bassi salari, le mancanze infrastrutturali, le speculazioni imprenditoriali, eccetera. Secondo quanto scrive il giornale brasiliano Folha de Sao Paulo si preventiva un guadagno di almeno cinque miliardi di dollari dallo show del campionato mondiale in Brasile. Un business destinato ad aumentare se vengono considerati anche gli introiti che otterranno le imprese che stanno investendo sui Mondiali, come la statunitense Aeg (detentrice della gestione pluriennale dei nuovi stadi), o la speculazione immobiliare che s’annida sul giro di affari finanziato quasi interamente dal governo brasiliano. Osservando il tuono organizzativo nel suo complesso non possono essere ignorate le parole durissime di John Coates, vicepresidente del Cio: «I preparativi per le Olimpiadi di Rio del 2016 sono i peggiori mai visti». L’entourage olimpico brasiliano è oramai nel mirino dei guru olimpici, prossima fermata è il commissariamento. Nessuno riteneva fosse possibile “fare peggio di Atene”, pietra miliare di un crack non solamente sportivo.
Turbolenze presidenziali
Sono anni difficili per Dilma Rousseff, la sua popolarità è precipitata al 37%, che sono un’enormità se comparata a quell’80% con cui era stata eletta (il più alto gradimento mai raggiunto da un capo di Stato brasiliano). Sarà dura puntare ad un secondo mandato presidenziale per le prossime elezioni del 5 ottobre, nonostante l’endorsement permanente dell’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva: le tensioni economiche, le battaglie sociali e le critiche partitiche certamente non le consigliano di proseguire una strada che sembra sbarrata. Il Paese con la più forte economia del più grande Paese dell’America Latina si è infilato in un tunnel pericolante, gravato inoltre dallo sforzo di investimenti e di indebitamenti per i prossimi dieci anni. La bomba Petrobras è la ciliegina sulla torta di una situazione disastrosa: la Petrobras, impresa modello in Brasile, considerata un esempio di gestione, al dodicesimo posto per importanza al mondo, è stata travolta in uno scandalo per l’acquisto di una raffineria a Pasadena, negli Usa, che ha comportato una perdita di 500 milioni di dollari. Le azioni della società sono crollate del 50% in Borsa ed oggi è precipitata al centoventesimo posto, intanto continuano a circolare voci di tangenti mazzette e favori.
Regna un’irreale incomprensione mediatica su quanto sta succedendo in Brasile, stretto fra la boria intellettualistica del disprezzo del gioco del calcio e l’adorazione folkloristica dello spettacolo dell’evento. C’è chi si chiede cosa sia cambiato nella società brasiliana, diventata nemica del futebol e sprovvista delle ghirlande di bandierine gialle-verdi… il Brasile si rifiuta di celebrare il suo secondo carnevale?! «Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo», scrive giustamente Eduardo Galeano, ma lo scrittore uruguaiano sciorina anche i tanti motivi per cui una passione non può essere soppressa. Da questa angolatura le vicende brasiliane sono ancora più interessanti, mischiando bisogni e desideri, passioni e resistenze.
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