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Isis crudele. E noi?

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Enrico Peyretti
Davanti allo spettacolo cruento delle teste tagliate dal nero boia dell‘Isis, mi sono ricordato di un libero di Giovanni De Luna, Il corpo del nemico ucciso (Violenza e morte nella guerra contemporanea, Einaudi, 2006). Presenta foto agghiaccianti, anche dei “sacrifici umani”, delle teste mozzate, mostrate entro una scatola di biscotti, o seminate a terra, azioni compiute da italiani nelle guerre coloniali, trofei macabri esibiti tra risate gloriose anche di alti ufficiali.
Nessuna guerra ne è immune.
La violenza attuale dell’estremismo islamista viene anche dalla umiliazione storica inflitta alla civiltà islamica – vera e propria civiltà, cultura, spiritualità, con un notevole contributo storico – dalla colonizzazione europea (spesso con consenso e benedizione cristiana, sia cattolica che protestante); viene dallo smembramento dell’impero ottomano, con confini arbitrari utili ai colonizzatori o “protettori”. Dopo il 1945 i paesi arabi hanno tentato la via nazionale, fallita anche per opera Usa (p. es. Mossadeq abbattuto per mettere lo Scià amico, e quanti altri dittatori utili…), dopo di che la volontà di riscatto e il ricupero di identità dell’Islam si sono affidate alla propria tradizione religiosa, spesso nella forma integralista.
Le attuali “guerre di religione” sunniti-sciiti somigliano alle nostre del 5-600, da cui a caro prezzo abbiamo imparato (e non ancora bene!) la laicità dello Stato. Aiutiamo i paesi musulmani, con la nostra esperienza condivisa nel dialogo civile, a trarre buon frutto da cattive azioni. Noi Occidente siamo più “vecchi” di storia, e la vecchiaia, anche nelle persone, può essere la saggezza intelligente di un buon nonno, oppure la pretesa isterica di una ragione esclusiva.
Almeno nei cristiani con un po’ di cultura, ma sempre più anche nella base, la Bibbia non viene più letta come parola magica di Dio, dettata prodigiosamente, ma come parola umana, della ricerca e dell’ascolto di fede, entro la quale parola, anche nelle sua varietà e differenze, traspare e può essere colta una ispirazione alta e altra, il suggerimento di un Vivente, chiamato Dio, che guida gli animi alla fiducia coraggiosa, e accompagna le faticose vicende umane verso il bene e la vita giusta. Nell’Islam, una simile lettura storico-critica del Corano, è per ora ristretta a pochi ambienti più colti, non è ancora popolare, ma il contatto serio e dialogico tra le culture e le religioni, può aiutare tutti a pensare che l’ispirazione di fede anima da dentro, e non da fuori con imposizione autoritaria, i percorsi storici umani verso la giustizia e la bontà di vita.
Non dobbiamo guardare le vicende attuali dell’Islam, anche le peggiori, con un tono di superiorità, di giudizio dall’alto di una maggiore maturità nostra. La violenza sottile dei poteri cinici disumani, dell’economia violenta e ideologica, sotto la pelle delle nostre democrazie, non è meno disumana e assolutista della violenza senza pudore dell’Isis. Più dell’immagine alto-basso, avanti-indietro, mi sembra giusto uno schema orizzontale, sulle linee di “percorsi diversi” compiuti dall’Europa e dall’Islam. Crudeltà identiche e anche più stragiste abbiamo fatto – e facciamo! – noi occidentali: p. es. nel 1991 soldati iracheni in ritirata schiacciati “come scarafaggi” – così definiti – dagli aerei Usa, – ecc. ecc. dal Vietnam fino a Gaza 2014, con numeri di uccisi assolutamente maggiori.
La violenza (più o meno ben occultata) del forte dominatore è più anti-umana della violenza oscena del ribelle. Il primo vuole l’ingiustizia, la “in-equità” (neologismo di Francesco), il secondo vuole la giustizia con mezzi violenti, che la contraddicono: il ribelle violento è ancora prigioniero ideologico del dominatore. Gandhi vide l’uscita da questa ulteriore sconfitta del debole, e aprì la via per le esperienze storiche di lotte di liberazione attivamente nonviolente e in gran parte efficaci. Gandhi ebbe importanti attivi seguaci anche nell’Islam, come Badshah Khan.
Enrico Peyretti, 25 settembre 2014

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