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sabato, 15 Agosto 2020

…e se i preti potessero sposarsi?

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Se i preti potessero sposarsi forse le comunità amazzoniche assisterebbero alla messa tutte le domeniche, i parroci non avrebbero due o tre parrocchie cui attendere, i ragazzini e le ragazzine sarebbero meno prede agognate, le donne meno causa di cattivi pensieri nei consacrati al Signore o demoniache tentatrici della loro castità, gli istituti femminili meno luoghi di predazione per sedare turbolenze da sessualità repressa.

Se potessero sposarsi ci sarebbero più preti in pace con se stessi così da non dover percorrere vie traverse per dar sfogo ad una naturalità frustrata e forse diminuirebbero anche le defezioni dal clero che di anno in anno aumentano. Infine, fatto grave poco considerato, si eviterebbero inutili sofferenze e squilibri interiori in persone dedite ad un ministero sempre più difficile ed impegnativo cui dovrebbero dedicare tutte le loro energie anziché disperderle per sopportare un’imposizione oltre che innaturale, anche teologicamente infondata.

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“Della sofferenze del papa tutti parlano. Delle lacrime segrete, dei drammi e delle tragedie di poveri sacerdoti incompresi la stampa cattolica finge di non sapere niente”. Così scriveva un prete ad un suo confratello per introdurre la narrazione della propria travagliata storia. Una lettera che è oggi quasi un dovere far conoscere per introdurre un discorso sul celibato ecclesiastico, giacché una cosa è parlarne in astratto, altro scoprirlo nel vissuto di tanti sacerdoti.

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“Vorrei, attraverso il racconto del mio dramma, portare un contributo di chiarificazione alla non marginale questione del celibato obbligatorio del clero, problema di fondamentale importanza per l’avvenire del sacerdozio cattolico e della chiesa. A trent’anni sentii per la prima volta un grande affetto per una ragazza. Avevo da poco terminato gli esercizi spirituali. La forte inibizione impostami dai motivi religiosi di fedeltà a Cristo, chiusero dentro di me il mistero di quell’amore che non rivelai alla persona interessata, anche se mi accorgevo che anche lei aveva gli stessi sentimenti verso di me. Devo sottolineare: sentivo dentro di me un arricchimento umano che mi distoglieva dal pensare ad altre ragazze e creava in me un equilibrio psichico che mi impediva di risolvere il problema sessuale, -com’era avvenuto fino a quel momento- con atti sessuali giustificati dalla morale studiata in seminario dalla mancanza di volontarietà. Durai parecchi mesi. Poi, per non soffrire più, lasciai quella parrocchia e mi allontanai da quella persona che invano cercai di dimenticare. Lavoravo come un automa, pur avendo la responsabilità di una parrocchia. Mi sentivo impoverito come uomo e mi fu impossibile riacquistare gioia e serenità.
A quarant’anni un altro colpo di fulmine. Questa volta lo rivelai alla persona interessata, pregandola delicatamente di allontanarsi. Lei, però, rivelò gli stessi sentimenti verso di me e da allora cominciò una vita per me nuova e terribile con un amore che cresceva ogni giorno di più. Esperienze nuove, un mondo nuovo: mi sembrava di vivere in un mondo di sogni immensamente bello, ma anche terribile. In Olanda si discuteva, (sul celibato, durante il percorso conciliare) in Italia le statistiche parlavano di orientamenti nuovi del clero. Si accendeva in me la speranza di poter risolvere col matrimonio quel grande amore. Improvvisamente però tutto finì perché la ragazza doveva pur sistemarsi ed io, per l’amore che le portavo, non potevo essere di ostacolo alla sua felicità… Pagai, però, cara la mia generosità… Non immaginavo quanto fosse terribile staccarsi da una persona che si ama intensamente. Giunsi sull’orlo della pazzia e tentai di suicidarmi. Il Signore mi perdoni, ma non ero più in me quando compii quel gesto. Ora sono tornato a vivere più vuoto che mai, disilluso più che mai di una chiesa intenta solo a salvaguardare a sua facciata giuridica. Se raccontassi tutti i particolari di questo dramma, potrei dimostrare che il celibato obbligatorio non solo non è consigliabile, ma nella maggior parte dei casi è un’imposizione immorale da combattere con tutte le energie… Sarebbe interessante verificare attraverso una statistica condotta scientificamente, come i preti risolvono il loro problema sessuale. Chissà cosa ne verrebbe fuori. Bisogna che venga fuori la vera chiesa, quella autentica formata da persone che esprimono sinceramente il loro mondo interiore, sicuri che lo Spirito Santo parla non dalle colonne fredde del Bernini, ma dai cuori vivi di uomini vivi.”

Un caso estremo? Un caso, uno dei tanti, ciascuno a modo proprio, dal più semplice al più tragico. Una testimonianza, comunque, di quanto sia determinante, anche nel ministero sacerdotale, un’affettività risolta anziché repressa. Già il semplice suo sbocciare arricchisce, rasserena, equilibra psichicamente e rafforza lo zelo, a differenza della gelida aridità d’un celibato imposto. Con esso presto o tardi, ogni prete dovrà confrontarsi. Non come una necessaria prova della sua vocazione, ma come un immotivato inciampo ad essa, da superare o sublimando, avendone la forza, l’imposta mutilazione della propria umanità o nei modi più disparati, molti ormai disgustosamente noti, aggiungendo frustrazione a frustrazione per sé e sconquassando l’esistenza di coloro che vi sono coinvolti. Coscienze dilacerate di preti che si riducono spesso a mestieranti d’un ufficio un tempo sognato come missione irrinunciabile della propria vita.

Un percorso meno sconvolgente interiormente, ma non esistenzialmente, sarebbe la dimissione dallo stato clericale. La chiesa, però, garantisce pane e companatico ai sacri ministri, ma non la cassa integrazione, neppure temporanea, a chi deve andarsene pur se incolpevole. Problema non piccolo per chi è fornito di teologia, ma non di competenze professionali. Una umiliante scelta tra la propria dignità andandosene o la pagnotta rimanendo, spesso con gli esiti di cui sopra.(1, continua)

Vittorino Merinas

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