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martedì, 4 Agosto 2020

Chiara Foglietta: “L’immobilismo è peggio dello sbaglio. Torino ha bisogno di scelte”

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Uscire dalla logica del qui e ora, dalla logica “pancista” che detta i temi alla politica; coniugare le necessità stringenti del quotidiano allo sviluppo, alla crescita, al futuro.

Ne è fortemente convinta Chiara Foglietta, vice capogruppo del Partito Democratico in consiglio comunale a Torino. La progettualità ha bisogno di coraggio e di visioni che diano l’idea del futuro della città. Si deve essere lungimiranti, andando ben oltre il programma di un quinquennio di mandato.

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Molto spesso, chi governa oggi si trova a progettare e costruire una realtà che coloro che governeranno negli anni futuri si troveranno ad amministrare. Anni sui quali la consigliera dem è pronta a investire sé stessa, guardando non solo alle elezioni della prossima primavera ma a un progetto Torino 20/30.

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“La politica deve far sognare il cittadino, con visioni di lungo respiro: è un errore pensare di governare senza una prospettiva che vada oltre il quotidiano”. 

Chiara Foglietta, lei sostiene che non è possibile guardare in una sola direzione.
È necessario avere la capacità di agire, di assumersi responsabilità. L’ inazione procura danni, comunque, forse più di una scelta che si rivela sbagliata. Non scegliere, restare immobili a osservare che cosa succede è fortemente dannoso, ancor più se ad assumere questo atteggiamento è l’amministrazione della quarta città di Italia. Un esempio lo è il Fluido.

Perchè?
Era un locale che è stato nel cuore di generazioni di torinesi e non solo. Il Fluido è come molti altri, un immobile di proprietà della città: rimasto vuoto, inutilizzato, ben presto è diventato luogo di insicurezza, fino all’incendio che ha portato il problema alla cronaca. La soluzione certo non è l’immobilità, accompagnata al solito refrain secondo il quale è sempre colpa di chi c’era prima o comunque di qualcun altro. 

Si poteva fare diversamente?
C’erano vie che non sono state prese in considerazione: per esempio affidare Il Fluido in gestione gratuita a chi presenta un’idea di sviluppo. Non penso soltanto a realtà torinesi ma nazionali, e perchè no, internazionali. Torino ha una vocazione naturale per aprirsi al resto dell’Europa e del mondo, ma è soffocata.

Il Parco del Valentino è un gioiello eppure da anni è sotto la lente per incuria e sottovalutazione delle sue potenzialità. Che ne pensa?
Nelle grandi città internazionali, il parco è vissuto come autentico patrimonio. Sul Valentino sono state dette tante parole ma, pezzo per volta, lo abbiamo visto abbandonato al degrado. Certo non si risolve il problema della fruibilità del parco, della sua pulizia e della qualità in pochi mesi. E’per questo che è necessaria una politica di ampia visione, che non sia immobile per paura di sbagliare. L’azione non fatta è spesso peggiore dell’errore.

Spostiamoci in periferia, che città vede?
In periferia la situazione è peggiore rispetto a quella precedente alla Giunta Appendino. L’allora candidata sindaca aveva promesso, in campagna elettorale, di offrire alle zone decentrate della città maggiore attenzione, soprattutto sotto il punto di vista dell’offerta socio-culturale. Ad oggi, assistiamo a un degrado preoccupante, al quale il centro città non si sottrae, purtroppo. Penso al commercio, ai locali che vivono di turismo e del flusso delle persone.

Ci si è messo il Covid…
La situazione era difficile già prima della pandemia. Oggi leggiamo sui giornali che l’Amministrazione ha intenzione di mantenere in smart working 1600 lavoratori: domandiamoci cosa significa questo per l’indotto immediatamente circostante il palazzo: coloro che vivevano fino a qualche mese fa sulla ristorazione, sulle pause pranzo dei dipendenti. E’ un controsenso invitare a “vivere la strada” coi suoi negozi e i suoi locali se durante la giornata lavoriamo in casa. Le categorie del settore sono ovviamente insorte, perché non si sentono considerate: prima di assumere decisioni è sempre utile confrontarsi con le parti.

E delle iniziative culturali che cosa mi dice? La Giunta ha portato in periferia ad esempio le Luci d’Artista. 
Una mostra di così elevata importanza è stata ridotta all’accensione di un lampadario. 

In che senso?
Le opere di Luce d’Artista sono prestigiose, hanno un valore, un significato. Se sono d’accordo con l’idea di diffondere la “collezione” anche al di fuori del centro, in un’ottica di rete, non lo sono con il modo con cui è stato fatto. Non basta prendere un’installazione, toglierla dal entro città e spostarlo in periferia come se fosse una luminaria qualsiasi. Il quartiere ospitante deve essere coinvolto, i cittadini devono essere accompagnati nella conoscenza dell’arte e della sua espressione, sensibilizzati al suo valore sentimentale, istruttivo ed economico. Se ciò non viene fatto, è normale che l’azione non venga capita e che capitino casi di vandalismo contro quanto è davvero espressione di bellezza. 

Anche importanti festival musicali sono stati “spacchettati”. Ne ha la stessa opinione?
La cultura trattata in questo modo non viene trasmessa, o promossa. E’ maltrattata. Un altro esempio è stato il tentativo di smembrare il festival Jazz. Se i cittadini di un quartiere non vengono adeguatamente informati dello spessore dell’opportunità che viene data, se non si comprende che si può assistere a un concerto di grande valore stando a pochi metri da casa, scendendo senza prendere l’auto per spostarsi, senza ansia da parcheggio, il “decentramento” degli eventi non ottiene quello che potrebbe. 

Qual è la grande sfida che secondo lei si è persa?
La città aveva una grande occasione, quella di creare un Polo culturale a Torino Expo: sarebbe stato un gioiello incastonato nel nostro Parco più bello, un’occasione per gli studenti universitari che avrebbero potuto approfittare dello spazio e viverlo. Sarebbe stato un progetto corale, che condotto con lungimiranza e coraggio, cercando i giusti partner, avrebbe contribuito alla trasformazione urbanistica della città.

Lei parla di scelte che, se prese, non daranno i risultati nell’immediato. Non le sembra in controtendenza in anni nei quali la “pancia” del cittadino elettore vuole una politica pret-à-porter, pronta e veloce?
I cambiamenti strutturali di una città non sono veloci. La battuta pronta non è sinonimo di efficacia. E’necessario certamente ascoltare il malcontento sociale, culturale, economico dei cittadini ma coniugare alle loro richieste progetti profondi. A chi cerca un’occupazione non dobbiamo fare promesse ma offrire capacità di costruire opportunità nelle chi il lavoro lo crea sia incentivato a investire. Per il singolo e per la collettività.

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