Ancora erano aperte le urne per l’elezione del Consiglio della Città Metropolitana che dal prossimo primo gennaio sostituirà la Provincia e già scoppiavano le polemiche da parte di un gruppo di sindaci che invitavano i grandi elettori (i loro consiglieri comunali), a disertare i seggi per la scarsa rappresentanza loro riservata.
A scrutinio ultimato è scoppiata addirittura una guerra all’interno di Forza Italia che, dopo aver stipulato un accordo piuttosto innaturale con il Pd ed il Nuovo Centrodestra, ha conquistato un solo seggio dei 18 che formeranno il Consgilio, mentre al partito di Renzi, ne andranno 12.
Avendo seguito personalmente sin dagli anni Settanta la genesi della Città Metropolitana in sede Anci e successivamente in Parlamento, mi permetto di fare alcune puntualizzazioni che a mio avviso confermano come anche questa importante riforma è stata impregnata da quella negativa cultura che imperversa da troppi anni in Italia a livello istituzionale, caratterizzata da un forte deficit di democrazia e da un palese fastidio per la partecipazione dei cittadini alle scelte delle pubbliche amministrazioni a partire dagli enti locali per giungere al paventato “sindaco d’Italia” per il governo nazionale.
Premetto alla breve sintesi delle ragioni del mio giudizio negativo alla legge che porta la firma del ministro Delrio, una domanda rivolta ai sindaci che hanno invitato all’astensione i loro delegati: «Dove eravate quando si è discussa la legge che di fatto ha tradito lo spirito che aveva animato per oltre 40 anni la discussione sulla Città Metropolitana? Vi siete svegliati alla vigilia del voto?».
La prima volta che si parlò di questa nuova istituzione fu all’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), presidente Camillo Ripamonti, (Dc) nel quadro della riforma di tutto il comparto degli enti locali dopo la nascita delle Regioni. Il dibattito si trascinò per oltre 10 anni, sino al varo della sciagurata legge 81 che evirò i consigli comunali, cancellò le Giunte come organi collegiali, sceglieva “l’uomo solo al comando” cioè, l’elezione diretta del sindaco (i nuovi cacicchi per usare una terminologia dalemiana).
Con l’istituzione del ministero per le grandi aree urbane presieduto da Carlo Tonioli (poi scomparso dall’organigramma dei governi) fu presa in considerazione dalla prima Commissione Affari Costituzionali la vecchia idea delle Città Metropolitane giungendo alla stesura di un progetto di legge largamente condiviso da tutte le forze politiche, dove si definivano scopi e modalità per l’attuazione dei nuovi organismi, affidando loro la responsabilità politico-amministrativa dei “servizi di area vasta” (pianificazione territoriale, viabilità, rete scolastica, sviluppo sociale ed economico).
Ai singoli Comuni compresi nel territorio metropolitano venivano assegnati “i servizi alla persona”; mentre per il Comune capoluogo della Provincia (che veniva soppressa) era previsto un frazionamento in tante Municipalità con reali poteri normativi e finanziari relativamente a tutti i “servizi alla persona” .
Il 18 ottobre del 2001 veniva modificato dal Parlamento l’articolo 144 della Costituzione inserendo tra gli organi che costituiscono la nostra Repubblica anche la Città Metrolpolitana.
Purtroppo la legge andata in vigore è stata approvata praticamente nel disinteresse generale non solo dell’opinione pubblica che non è stata per niente coinvolta, ma dagli stessi Enti interessati.
Ecco a mio avviso i tre punti negativi della legge che ne stravolge le finalità.
Primo, l’elezione del nuovo organismo doveva essere di primo grado, coinvolgendo tutti gli elettori residenti sul territorio e non dai componenti dei consigli comunali e dai sindaci.
Secondo, il presidente (o il governatore come qualcuno aveva proposto) della nuova assemblea, non poteva essere il sindaco del capoluogo essendo stato il relativo territorio frazionato in tante Municipalità, assegnando alla prima di queste Municipalità la rappresentanza ufficiale (primus inter pares).
Tra l’altro, con le Municipalità si poneva fine al così detto “imperialismo” del capoluogo nei confronti dei Comuni minori favorendo inoltre la partecipazione dei cittadini informandoli, coinvolgendoli corresponsabilizzandoli.
Terzo, il nuovo governo della Città Metropolitana non poteva non essere di tipo politico-amministrativo, essendo in gioco questioni di rilevante importanza politica-sociale-culturale: basti pensare all’urbanistica.
Non può infine non destare forti riserve il metodo seguito per la formazione delle liste con singolari intese trasversali che hanno prodotto il risultato che ben conosciamo.
Un’assemblea democratica di qualsiasi natura non può essere eletta con meccanismi (o furbizie) che alterano la rappresentanza reale delle singole forze in campo, qualunque sia il loro colore politico.





