Se un’estate anomala e fresca ha fatto alzare il sopracciglio a più d’uno di fronte agli irriducibili disfattisti del riscaldamento globale, l’imminente stagione autunnale ci regalerà molte divagazioni e polemiche sul riaffacciarsi dello smog, questione ritenuta ormai irrisolvibile (e anche un po’ noiosa). Inizia quindi una litania che ha aspetti sconcertanti, quali ad esempio la raccolta e lo studio delle migliori pratiche ambientali già applicate in altri territori.
Chiaramente tutto ciò è una bufala di portata cosmica: da anni gli uffici tecnici delle amministrazioni producono rapporti, studi, comparazioni, misurazioni, simulazioni su questi argomenti che risultano nuovi solo per i decisori politici perennemente a digiuno della materia e ne richiedono di nuovi, sperando di far passare i mesi invernali nell’attesa che l’anticiclone primaverile allenti la morsa dell’inquinamento, almeno apparentemente.
Ed anche qui si manifesterà la consolidata prassi italiana: tutti pronti a favorire le misteriose misure strutturali, senza nessuno che abbia il coraggio di attuarle. E nessuno deciderà nulla per la paura di perdere consenso. Se il “che fare” diventa una domanda ormai obsoleta e sospetta, non possiamo quindi che adeguarci alla moderna visione del “cambiare verso” e guardare le cose da un altro punto di vista, usando un sistema di discussione politica diverso. Basterebbe infatti che i diversi attori che scenderanno in campo, dichiarassero inizialmente cosa NON sono disposti a fare per migliorare il problema. Pensate a come cambierebbe l’atmosfera: da una parte avremmo tutta una serie di proposte tecniche e dall’altra tutte le cose che le parti politiche non sono disposte a fare. Se ci pensate tutto ciò, alla fin fine, rispecchia la logica delle esenzioni che diventano sempre più numerose e che uccidono qualsiasi provvedimento utile.
Ad esempio se si decidesse che è inaccettabile qualsiasi limitazione parziale o totale alla circolazione delle auto, potremmo subito togliere dal pacchetto delle proposte tecniche e delle discussioni queste limitazioni. Così, se anche le limitazioni per i mezzi più vecchi, quelli che sono tenuti insieme dallo spago, fossero considerate fortemente depressive sull’economia cittadina, ci eviteremmo lunghi articoli giornalistici che ci raccontano storie di un’Italia che non c’è più, ma che in fondo resiste. Le industrie, poi, non vanno assolutamente considerate come oggetto di attenzione: ce ne sono poche e ristrutturarle, secondo i parametri di emissione impiegati dalle consorelle in tutta Europa, non è possibile oggi, in tempi di crisi. Forse qualcosa si potrà fare tra dieci anni se passa la recessione. E via anche questo capitolo. Lo stesso aumento del numero dei mezzi pubblici, comporterebbe delle spese che non renderebbero più possibile finanziare la sagra del bue giallo tricornuto, con grave nocumento delle economie locali. Perché in realtà, diversamente distribuiti nelle amministrazioni, i mezzi politici per intervenire esistono, ma la loro applicazione urterebbe certe pelose sensibilità riguardanti la democraticità e la libertà dei cittadini. Meno quella di essere esposti nelle giornate più nere di smog ad ictus ed infarti, come da anni ampiamente registrato dai rapporti sempre più numerosi in possesso dei nostri amministratori.
Ma lo stesso buonsenso che nasce dall’esperienza comune di certe malattie, per cui una singola medicina non è sufficiente a guarirci, potrebbe guidarci nella lotta contro l’inquinamento.
Quindi, se limitazioni all’uso delle auto significano un piccolo beneficio, inventiamo, del 4%, insieme alle isole pedonali, poniamo 1%; alla stringente osservanza delle norme europee sulle emissioni in aria, 20%, alla limitazione della velocità sulle tangenziali, 5%, al maggiore uso dei mezzi pubblici, 7%, al controllo stretto delle caldaie delle case, 3%, al completamento della metanizzazione di tutta l’area urbana e suburbana, 6%, al completamento di una rete collegata di teleriscaldamento metropolitana, 9%, alla spinta all’utilizzo di auto elettriche da parte di tutte le amministrazioni, 4% e via discorrendo, si potrebbe arrivare non dico al 90% di abbattimento degli inquinanti, ma anche solo ad un onorevole 50%.
Che poi significa, fatti i dovuti calcoli, avere almeno il 50% di possibilità in meno di prendersi qualche accidente di salute legato a questo tipo di insidia. Che in fondo pensiamo venga solo agli altri. Direte: e cosa potremmo fare noi, semplici cittadini, all’alba della nascita della nuova Città Metropolitana, per cambiare finalmente verso a questo inconcludente tira-e-molla? Cosa potremmo chiedere alle forze democratiche che si accingono a governare un’area vasta con, forse, potenzialità moltiplicate nel risolvere per quanto possibile, dilemmi così complessi? Ma soprattutto: come possiamo fare per distinguere il grano dal loglio delle pratiche utili da quelle perdutamente effimere?
Forse basterebbe una piccola domanda secca: che cosa non siete disposti a chiedere ai vostri cittadini per battere l’inquinamento?





