di Mario Sechi
Oggi, 10 febbraio, iniziano le votazioni sul disegno di legge che riconosce le Unioni Civili. Arriviamo a questo appuntamento dopo una lunghissima e difficile discussione, che ci ha consentito di conquistare ad una più alta consapevolezza e sensibilità sui diritti civili e di cittadinanza tanta parte del mondo politico e dell’opinione pubblica, ma che ci ha anche fatto toccare con mano il baratro di oscurantismo, ossessione omofoba e ostinata volontà discriminatoria di personalità inquiete nello spirito e inquietanti nelle dichiarazioni, fra tweet omofobi, auguri di morte via radio, fosche e apocalittiche previsioni di dissolvimento delle basi stesse della nostra società e dei suoi valori culturali, pretestuose e strumentali correlazioni con temi, come le adozioni o la gestazione per altri, che nulla hanno a che fare con il disegno di legge in discussione.
Si è cercato in ogni modo ed ogni mezzo di presentare e descrivere questa proposta di legge come qualcosa di diverso da ciò che è: una legge che cancella finalmente un’odiosa e antistorica discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e dei loro diritti di cittadinanza.
Ed è su questo che oggi devono pronunciarsi i senatori; su questo e su nient’altro.
Si è parlato in queste settimane, e molto, di coscienza ed esercizio di una libertà, nell’espressione del voto parlamentare, da essa derivante e legittimata.
Libertà e coscienza sono termini di prezioso e pregnante significato e andrebbero maneggiati con cura e scrupolo; la libertà di coscienza ha, come nessun altra cosa, un valore ed un ambito assolutamente personali. Non è un’opzione politica collettiva da annunciare in una conferenza stampa e meno che mai un ordine impartito, attraverso un blog, dal Capo ai suoi sottoposti.
Soprattutto, la libertà di coscienza non può davvero essere evocata, anzi in questo caso persino brandita, quando sono in gioco non le convinzioni personali dei parlamentari, ma i diritti delle persone. Quando si ha il potere di concedere o negare diritti di valore costituzionale, quando con il proprio voto si può determinare il destino delle persone, fino al punto da decidere se il loro legame affettivo ed il loro progetto di vita ha o no piena cittadinanza e se il bambino che già è parte integrante di quel progetto di vita ha gli stessi diritti e le stesse tutele di ogni altro bambino, ad essere chiamata in causa non è né la libertà né la coscienza del parlamentare, ma il suo dovere e la sua responsabilità di legislatore.
Oggi a Palazzo Madama ogni gruppo parlamentare, e ogni singolo parlamentare, vota assumendosi la piena responsabilità di questo voto ed è una responsabilità che camminerà negli spazi della storia di questo paese, non nei piccoli recinti della cronaca. Non è cosa che possa essere misurata guardando ai sondaggi della settimana, ai ritorni elettorali di breve periodo o al tono di qualche editoriale. E’ il futuro, non certo il presente, il luogo dove il voto odierno sarà giudicato.
Più di cinquant’anni fa, il 2 luglio del 1964 il parlamento degli Stati Uniti approvò, con il Civil Right Act, l’abolizione della segregazione razziale. Letto con gli occhi di oggi, quel voto rappresenta una tappa di civiltà e di progresso nella storia degli Stati Uniti, un traguardo condiviso da tutta l’opinione pubblica e da tutte le forze politiche di quel Paese, Cinquant’anni fa non fu così. L’iter di quella legge fu lungo e laborioso, le mediazioni ed i compromessi, per arrivare ad una maggioranza favorevole alla legge, significativi e l’opposizione durissima con il più lungo ed intransigente ostruzionismo nella storia parlamentare americana.
E’ sorprendente quante analogie vi siano fra gli argomenti usati allora per contrastare il Civil Right Act e quelli usati oggi per opporsi, qui da noi, alle Unioni Civili. L’incostituzionalità, i rischi per i valori fondanti su cui poggia la società, persino i richiami accorati al superiore interesse dei bambini. Così come significativa appare la coincidente preoccupazione per gli orientamenti dell’opinione pubblica e per il rischio delle ripercussioni elettorali. Oggi di tutta quella discussione che tenne inchiodati Congresso e Senato americano si è persa ogni rilevanza.
Oggi quel voto sull’abolizione della segregazione razziale è misurato con la spietata sintesi della Storia: da una parte i sostenitori dei diritti civili, al cui ricordo sono dedicate scuole, piazze, monumenti, dall’altra i difensori della segregazione e della discriminazione razziale. Così, semplicemente, e senza tanto riguardo all’articolazione delle loro argomentazioni giuridiche, politiche o religiose e meno che mai ai loro interessi politici o alle loro convenienze elettorali.
Non sarà diverso, fra altri cinquant’anni, che siano libri di storia o riassunti su wikipedia, il racconto storico del voto di oggi; ed è questa la portata della responsabilità con cui dovranno confrontarsi i nostri senatori.





