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venerdì, 7 Agosto 2020

Una città in salute coniuga eccellenze e territorio. Le trasformazioni necessarie. Aspettando il Parco

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Una città in salute: assenza di malattia attraverso la promozione della salute, una rete capillare sul territorio che interfacci grandi competenze, medici di famiglia e bisogni del paziente, riorganizzazione territoriale, anche pensando ai servizi logistici e di trasporto. Sono solo alcuni dei temi trattati nel primo appuntamento di una serie voluta dal gruppo consigliare del comune di Torino del Partito Democratico, che proporrà altri tre temi nei prossimi mesi: lotta alle disuguaglianze, sicurezza, lavoro.

Nella Sala del Copernico, in corso Valdocco, si focalizzano stato dell’arte, aspettative e anche disillusioni, su quel Parco della Salute che in molti temono possa ridursi a “un parchetto” o a un restyling delle Molinette. Noto è infatti che in base al progetto originario il Parco della Salute dovrà essere una “city” fatta di ospedali, Molinette, Cto, Sant’Anna e Regina Margherita, quindi di posti letto ma anche di ricerca, tecnologia, innovazione. C’è preoccupazione per l’interesse tiepido della Città e per il cambio di rotta che dalla Regione si vorrebbe imprimere, con lo scorporo dal progetto del Parco dell’ospedale infantile Regina Margherita, del quale si vorrebbe fare un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, e parte del Sant’Anna.

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Di certo è che il Parco della Salute è un’occasione per riconvertire urbanisticamente, oltre che industrialmente, una parte della città. «È necessario comprende cosa si vuole – ha spiegato l’urbanista Carlo Alberto Barbieri  – . Il parco della Salute è un investimento urbanistico, molto di più che la semplice riorganizzazione di un ospedale». L’obiettivo è quello di fare di tutta l’area un potente moltiplicatore di insediamenti di attività produttive legate alla ricerca. Una rete tra Politecnico, Università, Parco della Salute, utilizzando il Moi, Palazzo Nervi e le strutture preesistenti per sviluppare il futuro della città che non può più essere connesso all’automotive.

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Le occasioni perse: le Olimpiadi del 2026, che sarebbero dovute coincidere con la conclusione dei lavori del Parco e che avrebbero presumibilmente portato sul territorio un alto interesse traducibile in investimenti, il collegamento con l’area nord della città, con il ritardo sulla nuova linea Metropolitana 2. E se il trasporto pubblico non sembra avere grossi problemi intorno al futuro Parco della Salute, molto problematico appare ad oggi il traffico automobilistico, essendo canale di ingresso alla struttura la via Canelli, secondaria e di certo inadatta al pubblico che un colosso come quello che si prospetta dovrà accogliere.

Nel suo intervento, Ezio Ghigo, direttore dell’Unità di endocrinologia, diabetologia, metabolismo della Città della Salute e fino al 2017 direttore della Scuola di Medicina, ha espresso contrarietà per “lo spezzatino” voluto da chi smembrerebbe il progetto originario. «Assistenza, scienza, didattica, formazione e tecnologia devono andare insieme, consentendo di lavorare in sinergia e in multidisciplinarietà: penso ad una collaborazione formativa tra ingegneri biomedici e futuri medici» e poi sottolinea la necessità di rendere accattivante il Parco ad investitori, ad aziende e start up che possono essere interessate a trasferivi la propria sede. Per farlo è fondamentale capire bene quale spazio avrà, come sarà organizzato, perché «è un’occasione da non perdere>, come anche sottolineato dal Rettore del Politecnico Guido Saracco.

Si parla di ospedali prima che di riorganizzare il territorio, e quindi si affronta un discorso al contrario. Ne è convinto il direttore generale del Mauriziano Dall’Acqua, il quale ha fatto una fotografia severa della situazione della domiciliarità delle cure, in una città che perde abitanti e che invecchia. «C’è stata una riorganizzazione degli ospedali, una riduzione del numero dei letti però poi si fa difficoltà a dimettere i pazienti fragili, quelli con comorbilità importanti, con patologie croniche o senza una famiglia, perchè non c’è sul territorio una rete in grado di sopperire all’ospedale». Spesso i pazienti vengono trattenuti in degenza perché non si sa come farli assistere, con un costo per la sanità importante «un letto in degenza costa 500 euro al giorno, mentre un posto letto in una lungodegenza ne costa 170 – spiega ancora – . Questo vuol dire che si è affrontato il tema al contrario: si è messo mano agli ospedali prima di rendere il territorio capace di raccogliere quella trasformazione. Tutto perché abbia un risultato positivo va contestualizzato, coinvolgendo il medico di base e guardando alla strutturazione di case della salute vere, aperte sempre».

Mauro Salizzoni, luminare dei trapianti di fegato e vicepresidente del Consiglio Regionale, ha messo in luce la necessità di tener duro sul progetto che non deve passare come una ristrutturazione delle Molinette e poi, sull’organizzazione del servizio sanitario sul territorio «Una mamma che vive a nord della città per partorire deve attraversare la città per arrivare al Sant’Anna o al Maria Vittoria. Non ha senso. Potremmo pensare di potenziare il San Giovanni Bosco, ospedale di riferimento della zona, creando un reparto pediatrico e un’ostetricia, dove portare 1.500 delle 6.500 nascite che avvengono al Sant’Anna». 

«Purtroppo una parte principale delle molte strutture sono obsolete, Molinette su tutti – ha osservato il rettore dell’Università Stefano GeunaNonostante ciò, le alte eccellenze dei professionisti e delle professioniste della salute, medici, infermieri e tutti gli altri mantengono un livello dell’assistenza buono; si potrebbe fare molto più con strutture moderne e funzionali» e aggiunge «Non si può parlare di salute se non si parla di digitalizzazione e di agenda digitale per migliorare il trattamento sanitario: pensiamo alla cartella clinica digitale, a tutte quelle azioni per dematerializzare le carte che ancora oggi si portano quando si va a una visita».

«Gli interventi di oggi dimostrano che c’è una grande tema – ha tirato le somme Stefano Lo Russo, capogruppo del Partito Democratico promotore dell’incontro – Di stretta attualità è il Parco della salute ma anche tutta la riorganizzazione di quello che c’è, dell’azienda ospedaliera, della domiciliarità, dell’esigenza di una prossimità più efficace soprattutto per ciò che riguarda i medici di base».  

Il prossimo incontro dedicato alle fragilità e alle disuguaglianze sarà a fine gennaio.

 

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