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venerdì, 12 Agosto 2022

Un referendum inutile, costoso e prevedibile nell’esito

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

400milioni di euro gettati per una consultazione inutile con urne semivuote.  Questo mentre in alcuni Comuni per risparmiare si Pensa di spegnere i condizionatori con temperature oltre i 30 gradi.

Quella del 12 giugno 2022 è stata la consultazione referendaria con meno votanti della storia politica italiana: 20,9%. Un fatto ampiamente prevedibile e, senza le diverse consultazioni amministrative, che hanno interessato nove milioni di elettori, il risultato sarebbe stato forse sotto al 10% di partecipazione. 

Ieri ha votato un italiano su cinque.  Ovviamente hanno vinto i sì. Ma era evidente che per il No facesse gioco forza anche l’astensione. 

Lo spirito della nostra Costituzione è giustamente per la partecipazione. Ma è evidente che cinque quesiti referendari, su questioni quanto mai complesse, con interrogativi poco chiari e poco coinvolgenti, non siano proprio sembrati idonei per favorire partecipazione e confronto su alcune questioni che riguardanti un’istituzione, quella della Giustizia, che da tempo non sembra proprio attraversare un bel momento.  

Questa volta sono state diverse le persone, da sempre animate da spiriti democratico e fortemente partecipativo, che hanno confessato che per la prima volta hanno evitato le urne. 

 A molti è apparso evidente come il referendum non costituisse lo strumento più idoneo per intervenire in modo concreto su una materia così complessa che attende da tempo serie riforme. In ogni caso i quesiti non hanno coinvolto e appassionato la realtà popolare come si sarebbe molto probabilmente registrato se fossero passati i referendum su suicidio assistito e cannabis, non ammessi dalla Corte Costituzionale.

Sui social c’è anche chi, commentando sarcasticamente questo spreco annunciato di parte dei 400 milioni di euro per questo election day, ha affermato: “è proprio perché abbiamo capito il senso dei quesiti e la loro inutilità che ci siamo astenuti, non perché fossero complessi”.

Un discorso che potrebbe riscontrarsi nel dettaglio dei voti sui singoli referendum: con un significativo 43,7% contrario a nuovi limiti alla carcerazione preventiva, mentre è apparso netto (75%) il prevalere del sì  sulla separazione delle funzioni dei magistrati e sul diritto di voto agli avvocati nella valutazione dei magistrati. 

Che il quorum non si sarebbe visto nemmeno con il binocolo era da tempo cosa evidente. Tanto più in una fase in cui si continua a registrare un perdurante calo di votanti mentre è in corso una guerra in Europa e la crisi continua a turbare le nostre prospettive economiche e sociali.

Per i promotori del No, come il procuratore Armando Spataro, questo referendum, per la marginalità dei quesiti proposti, non avrebbe avuto alcun peso nel risolvere gli atavici problemi della nostra Giustizia, aggiungendo di aver respinto “una spallata populista”.  

Entrando nel merito non si può certo liquidare temi delicati come la carcerazione preventiva solo come trovate populistiche, che certamente hanno animato alcuni promotori. Non a caso a fianco della Lega vi erano forze storiche legate alla difesa dei diritti civili come i radicali. Sta di fatto che come detto non è sembrato il referendum il modo migliore per affrontare in modo realistico  l’atavica lentezza e la complessità  del capitolo giustizia.  

Unica possibile, ma non consolante, nota positiva di questa costosa tornata, è che potrebbe portare qualche maggiore stimolo per interventi legislativi che non sembrano tuttavia priorità nelle agende politiche. Certo la crisi economica, la guerra in Ucraina, le tensioni politiche, con partiti ormai in perenne campagna elettorale, non sembrano il contesto migliore per una riforma attesa da tutti gli italiani. 

Che ci sia bisogno di interventi sulla malandata Giustizia italiana è un dato di fatto. Una giustizia lenta  macchinosa che spesso  non lascia molte opportunità  alla difesa dei cittadini con minor reddito. Una giustizia in cui  non sono infrequenti drammatici errori. 

Sicuramente tra i vari temi toccati dai quesiti referendari la questione dei pregiudicati e la loro candidabilità è quella che ha acceso maggiormente lo sbiadito confronto. 

In ogni caso non bisogna gettare il bambino con l’acqua sporca. Il referendum va anch’esso riformato ma resta un istituto importante  espressione di democrazia, quando i quesiti sono chiari e consentono di schierarsi in modo netto.

Alle questioni politiche in queste consultazioni si sono aggiunte problematico sportivo sociali, come nel caso Palermo in cui la sfida promozione, che ha riportato i rosanero in serie B, ha determinato problemi in numerosi seggi della città per l’assenza dei componenti del seggio. Un’ennesima prova di attaccamento ai doveri democratici anche se adeguatamente retribuiti. 

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