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mercoledì, 21 Ottobre 2020

Recovery Fund e agricoltura, Carenini (Cia Piemonte): “Fondi per rilanciare il settore”

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Rosanna Caraci
Rosanna Caraci
Giornalista. Si affaccia alla professione nel ’90 nell’emittenza locale e ci resta per quasi vent’anni, segue la cronaca e la politica che presto diventa la sua passione. Prima collaboratrice del deputato Raffaele Costa, poi dell’on. Umberto D’Ottavio. Scrive romanzi, uno dei quali “La Fame di Bianca Neve”.

Agricoltura, patrimonio della nostra economia. Un settore che durante il lockdown non si è è fermato, e che oggi conta di poter approdare ai fondi previsti dal Recovery Fund con attenzione alla difesa di imprenditori che devono affrontare più di una criticità.

Gabriele Carenini è il presidente di Confederazione Italiana Agricoltori, e guarda al settore che si è difeso durante il periodo più nero del Covid 19, manifestando preoccupazione per l’autunno e per il modo con il quale l’economia potrebbe modificare le abitudini dei consumatori.

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Gabriele Carenini, sono stati mesi complicati. Come li avete vissuti?

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Nei mesi di lockdown non abbiamo mai smesso di lavorare. Abbiamo mantenuto gli scaffali dei supermercati pieni di cibo, abbiamo provveduto alle derrate alimentari che erano destinate al Paese e al Piemonte. Abbiamo alimentato le botteghe, che erano aperte e che hanno lavorato molto, si è continuato a potare le viti, a dar da mangiare agli animali, abbiamo continuato a produrre il nostro latte, a lavorare perché la frutta e l’ortofrutta in estate fosse di alta qualità, quindi non ci siamo mai fermati. Lo abbiamo fatto con grande senso di responsabilità ma anche con non poche difficoltà.

Ora qual è la situazione?

Abbiamo avuto una difficoltà oggettiva perché il mondo intorno si era interrotto. Quindi erano fermi i nostri approvvigionamenti, i pezzi di ricambio, tutto ciò che concerne il mondo dell’agricoltura. Siamo ripartiti dal punto di vista operativo ed economico da quando il sistema esterno alla grande distribuzione ha riaperto. Da sottolineare la grande perdita del settore del florovivaismo che nei primi mesi del lockdown ha buttato via il 70 per cento di prodotto.

Il vostro settore comprende anche l’agriturismo.

Le strutture sono state chiuse nei momenti più favorevoli agli incassi come la Pasqua, il 25 aprile, il primo maggio. Pensiamo ai mesi nei quali i matrimoni, i battesimi, le cerimonie per le quali tradizionalmente si sceglie un ristorante o un agriturismo, non si sono celebrati. E’ stato un colpo violentissimo alla nostra economia.

Con i mesi estivi c’è stata una ripresa?

Molto lenta, ma incoraggiante. Ci stiamo riprendendo, con molta fatica. Quello era un fatturato importante nell’anno, quindi, speriamo che questo autunno sia più propizio e che soprattutto non ci sia la necessità di richiudere per nuovi lockdown. Sarebbe un problema per l’economia disastroso, dal quale non ci riprenderemmo più. Per ciò che riguarda l’estate che sta per chiudersi, le strutture agrituristiche spesso godono di grandi spazi e quindi hanno potuto consentire anche il rispetto delle norme anticontagio in modo meno complesso. La volontà e il sacrificio degli imprenditori è stato premiato, con una ripresa da parte del turismo nelle nostre colline, nelle nostre valli. Ma non è sufficiente.

A proposito di ciò che serve, possono venirvi in aiuto i soldi del Recovery Fund?

Certamente: per questo deve essere data la giusta attenzione al nostro settore che deve essere considerato. Sta a noi, parti sociali e imprenditori, partecipare alla discussione e fare in modo che l’agricoltura abbia il riguardo che merita. La Confederazione Italiana Agricoltori auspica che questi soldi, che sono tanti, vengano investiti veramente per aiutare le aziende, le imprese, i territori con una logica di insieme.

Cosa significa?

I soldi sono molti e vanno dati nel modo giusto alle imprese che sono sui territori, a quelli più svantaggiati. L’agricoltura non deve essere intesa per comparti fini a sé stessi ma in modo complessivo e globale. Non si chiude nell’azienda ma è a cielo aperto. Quindi la sia aiuta con infrastrutture, strade, dando la possibilità agli imprenditori di sviluppare nuove sinergie, impianti per l’irrigazione, reti per i cambiamenti climatici, una serie di cose che devono essere finanziate affinché l’azienda sia protetta, non solo dal corona virus ma anche da un’economia impazzita e che nessuno può prevedere dove ci porterà.

Con lo smart working, si lavora e si consuma il pasto a casa, la ristorazione di conseguenza fa fatica. Il vostro settore ne subisce conseguenze?

Nel periodo del lockdown, con il settore dell’industria alberghiera chiuso, le filiere legate alla produzione della carne, al latte, alla zootecnia, i suinicoltori, e la viticoltura ne hanno fortemente risentito. Lo smart working non promette bene rispetto a tutta questa partita per riattivare l’economia. Noi abbiamo bisogno che l’economia si riattivi, che la macchina del Paese si rimetta in moto, con un organismo che consideri il mondo agricolo nel suo complesso, non solo l’agricoltura.

Il modo di fare la spesa cambierà?

All’inizio le persone hanno fatto un cambiamento importante scegliendo la pasta, il pane in casa, perché c’era ancora una situazione economica in cui le persone erano a casa dal lavoro ma avevano ancora il salario.

E’previsto un autunno difficile, per la fine della casa integrazione in molte aziende, per i probabili licenziamenti.

Molto dipenderà da questo: da quante saranno le persone che staranno a casa. Lo smart working ha un po’ cambiato il modo di cucinare, le persone sono un po’ più a casa riescono a mettere nel carrello ingredienti che poi preparano, quindi non si scegli più l’insalata pronta in busta, ma il cespo, o la frutta, o il primo piatto da preparare. Il problema sarà la possibilità economica che hanno in tasca le persone perché se purtroppo molte verranno messe in cassa integrazione o, peggio, saranno licenziate, come si prevede, a quel punto mancherà la possibilità di acquistare i prodotti; a quel punto quelli di alta qualità che facciamo noi in Piemonte subiranno un crollo importante. Tutto dipenderà dalla capacità di spesa che avrà il consumatore e da quello che sarà l’economia che ci circonda.

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