Le sentenze si rispettano. Una frase fatta, che di questi tempi capita di sentire sempre più spesso. L’ultima volta ieri, dopo la prescrizione annunciata ma non per questo meno clamorosa per i morti dell’Eternit. Ma anche pochi giorni fa, dopo l’assoluzione di quasi tutti gli esperti della commissione grandi rischi che dissero agli aquilani di non preoccuparsi del terremoto e di restarsene a casa. In quel processo l’unico condannato attende le motivazioni della sentenza per capire i motivi della disparità di trattamento. Gli fa buona compagnia l’avvocato condannato nel processo per le minacce mafiose a Saviano e alla Capacchione: a lui un anno di reclusione, ai suoi clienti, e cioè ai boss che avevano fondati motivi di astio nei confronti dei due giornalisti, l’assoluzione. Anche l’incapacità di trovare un colpevole per il pestaggio di Stefano Cucchi ha lasciato molti con l’amaro in bocca, e l’assoluzione di Berlusconi per la vicenda Ruby non è piaciuta neppure al presidente del collegio che lo giudicava. Messo in minoranza dai suoi colleghi, se ne è andato anzitempo dalla magistratura.
Salvo smentite, sempre possibili in un paese dove non sono mancati i giudici condannati per aver “aggiustato” sentenze in cambio di denaro o favori, nessuna di queste decisioni sembra frutto di malafede. Ma la loro palese incongruenza con il comune sentire dovrebbe se non altro indurre a maggiori cautele quanti si ostinano a guardare alla magistratura come all’unica possibile ancora di salvezza per un paese allo sbando, e pensano che soltanto negli atti dei tribunali sia possibile distinguere il giusto dall’ingiusto. Invece non è così, perché non sempre le strade del diritto vanno di pari passo con quelle della giustizia, come ha spiegato il procuratore generale Iacoviello, costretto suo malgrado a chiedere alla corte di cassazione la prescrizione dei capi d’accusa per l’Eternit.
Non è così, e non soltanto perché i magistrati sono uomini come tutti gli altri, che possono sbagliare e spesso sbagliano. Ma anche perché il potere giudiziario, in una società come la nostra basata sull’equilibrio dei poteri, è per sua natura limitato negli ambiti e nella possibilità di azione da leggi fatte da altri, e la sua efficienza dipende dal buon funzionamento di un sistema complesso che comprende anche il potere legislativo e quello esecutivo, con le loro intangibili prerogative. I magistrati applicano le prescrizioni, non ne stabiliscono i termini, e sono soltanto in parte responsabili delle lungaggini dei procedimenti.
Detto questo – e dopo aver ribadito che le sentenze si rispettano – chiunque guardi alle poco edificanti cronache di questi anni dovrebbe avere il coraggio di ammettere che le manchevolezze dei molti parlamenti e dei molti governi che si sono succeduti non sono un motivo sufficiente per santificare una magistratura che ha avuto nelle sue file, insieme a persone straordinarie come Falcone e Borsellino, anche qualche lestofante e molti indifferenti. Se ne parla poco, soprattutto a sinistra, ma oggi perfino i tanti meriti del tribunale di Milano nella battaglia per ristabilire in Italia una parvenza di stato di diritto dopo l’arrembaggio berlusconiano sono un po’ offuscati dalle beghe di potere e dai contrasti tra gli uffici. E se è vero che Edmondo Bruti Liberati non è Francesco Saverio Borrelli, è anche vero che cercare isole felici in una società in crisi è un esercizio difficile e nella maggior parte dei casi vano.





