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sabato, 13 Agosto 2022

L’Ucraina resiste. Le sanzioni mettono il freno all’avanzata russa aprendo spiragli di pace

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.

Niente Eurovision, niente calcio e voli internazionali in occidente  per i russi. Rublo e Pil in caduta libera. Conti congelati, borse valori chiuse, banche in estrema difficoltà. Questo mentre un flusso di armi arriva da tutto l’occidente arriva ai resistenti ucraini e in Europa si è pronti ad accogliere un fiume di profughi che scappano da Kiev ormai nel mirino dei carri armati russi. 

C’era un grande timore in questi ultimi giorni sul fronte ucraino. Quello che la resistenza e la morsa delle sanzioni potessero portare le milizie russe ad accelerare i tempi dell’avanzata, con un escalation bellica terrificante in stile Cecenia. 

Le cose sembrano aver preso un’altra piega che ha portato ora la Russia ad avviare autentiche trattative tra la parti.

Un quadro che ha portato Putin a rallentare l’operato delle milizie in terra ucraina e a parlare di azioni che risparmino i  civili (senza farsi grandi illusioni perché  le bombe continuano ad  esplodere).  Si tratta comunque di un primo passo che ha portato alla fissazione di una serie di incontri a cui ha dato un contributo particolare l’interlocuzione tra il leader francese Macron, Putin e il leader polacco Volodymr Zelensky.  Un comico prestato alla politica che sta dimostrando tutto l’attaccamento e la tenacia nel difendere la sua terra, non abbandonando il campo, e fornendo un contributo fondamentale alla tenuta della difesa ucraina contro un invasore cento volte più potente. Un nemico che, in ogni caso, se fosse costretto a una lotta casa per casa per  espugnare Kiev, dovrebbe far conto con perdite pesanti per combattere uno stato fratello.

In ogni caso se l’obiettivo di Putin era quello di dividere un’Europa debole e facilmente ricattabile (gas), minimizzando il peso delle sanzioni, pare che abbia forse sbagliato i conti per come l’ingresso dei suoi mezzi militari, andando molto oltre le autoproclamate repubbliche autonome (Donbass), abbia di fatto ricompattato l’Europa.   

 A fianco del nuovo zar hanno dichiarato la loro neutralità solo Cina e India con l’appoggio della Bielorussia, questo mentre la ventilata minaccia nucleare, paventata da Putin, è parsa più un gesto di disperazione che di potenza. 

Come detto ora si avviano trattative vere che non sono la formalizzazione di una resa incondizionata alle volontà di Mosca. Questo grazie alle ferme e condivise sanzioni internazionali e alla forte e inattesa reazione della resistenza ucraina, non lasciata sola, anche sul piano militare, dall’occidente contro un aggressore cento volte più forte.  Una resistenza che ha sentito il calore delle piazze di Berlino e di tante città europee scese in strada per fermare la guerra. Lo stesso monito di pace ripreso dal Papa nell’ultimo angelus del 27 febbraio, che ha ricordato il ripudio della guerra della nostra Costituzione. 

Per la prima volta l’Europa intera, compresi paesi da sempre neutrali come laSvezia (ora spinti ad entrare nell’Unione europea e nella Nato) stanno fornendo anche sostegno militare a Kiev. Anche la Svizzera ha interrotto la sua tradizionale neutralità per sposare in toto le sanzioni stabilite dall’Ue.

Una morsa compatta che ha subito determinato pesanti effetti per l’economia di Mosca, oltre a comportare seri vincoli  finanziari e di movimento che stanno pesando non poco   anche sulla popolazione e sui  ricchissimi oligarchi russi. Tutti fattori che hanno portato quel Putin a rallentare l’operato delle milizie in terra ucraina. Certo le promesse dei militari in guerra, come tante notizie, sono spesso cariche di propaganda ma certamente qualcosa si è mosso.

Fattori che fanno pensare che anche dal mondo russo, oltre alle critiche dei manifestanti minacciati e incarcerati in migliaia, si siano aggiunte le perplessità di ricchi affaristi, imprenditori con i  i probabili i borbottii di qualche generale.  

Uno scenario fino pochi giorni fa assolutamente impensabile.  Solo dall’America si parlava di un imminente attacco, con tanto di date, a cui nessuno sembrava credere nonostante lo schieramento imponente di forze.   Una voce che molti ritenevano come una sorta di pubblicità per la Nato.

Insomma se prima si poteva parlare di neutralità ucraina e di esigenze di sicurezza del gigante russo ora il quadro porta ulteriormente i paesi “neutrali” a entrare nella Nato  per evitare di diventare paesi satelliti con governanti graditi a Mosca, come accade in Bielorussia il cui leader è inamovibile da  trent’anni , nonostante una grande opposizione. 

Al dramma ucraino , ai profughi e al rischio di una guerra sporca casa per casa che comporta perdite rilevanti, Mosca deve fare inoltre i conti con gli effetti delle sanzioni (decretate da tutto l’occidente) che hanno già fatto svalutare il rublo di quasi il 30%  e hanno costretto a chiudere la Borsa, mentre si preannunciano serie difficoltà nel sistema finanziario e commerciale. Un quadro che determinerà si stima un calo del 20% del pil. 

Questo significa un panorama sociale che potrebbe comportare qualche problema per l’attuale monolitica leadership russa. 

Una realtà che, per quanto accentrata, non ha futuro senza scambi e aperture in quell’Europa che tanto piace ai suoi ricchi oligarchi di casa a Londra, in Costa Azzurra e nelle località più prestigiose protette dalla Nato.  

Un Putin che ora ha fretta di chiudere la partita per non impantanarsi in una conquista di Kiev casa per casa che implicherebbe un costo in vite umane insostenibile in una lotta con un popolo fratello. (anche se nell’est le lotte feroci tra popoli fratelli non sono certo una novità). L’Ucraina è bilinque, si parla russo, e  i legami con Mosca sono storici  per una realtà  da sempre granaio d’Europa e terra ricca di risorse minerarie. 

In ogni caso nessuno degli osservatori internazionali aveva previsto un simile sviluppo della questione Ucraina.  Al massimo si riteneva possibile un attacco verso le autoproclamate repubbliche indipendenti. Solo dagli Stati Uniti si ipotizzavano e si fissavano le date di un imminente invasione in piena regola mirata ad instaurare un paese satellite. Ma spesso queste posizioni erano viste come una sorta di pubblicità “pro Nato”. 

Ora l’inattesa e determinata reazione popolare e il fermo appoggio internazionale costringe Putin a “fare in fretta” per chiudere la questione onde evitare serie tensioni sul fronte interno.  In un ipotesi ottimistica le conseguenze economiche e sociali della guerra potrebbero anche innestare un processo di democratizzazione in  quella che sembra tornata ad essere la vecchia Unione sovietica, priva però del  fascino e del sogno socialista che caratterizzava la vecchia CCCPBack in USSR cantavano i Beatles quando c’era ancora la guerra fredda. 

Molti ora si interrogano sugli errori di Occidente ed Europa nel non saper gestire la crisi di questo colosso dopo la caduta del muro di Berlino. Una momento in cui sembrava scontata l’apertura di un epoca di pace, superando  quei  blocchi che avevano diviso, entusiasmato  e spaventato il mondo. Invece si è favorito la chiusura, alimentando la voglia di rivincita di Mosca che ha puntato sull’uomo Putin e il suo nazionalismo assolutistico. 

Stesso discorso per la questioni  minoranze filorusse (alla base dello scontro Ucraina Russia) che – come ricorda D’Alema – sono state abbandonate a se stesse. Mentre si privilegiava il mero discorso business.  

Da queste difficoltà da questa crisi dei due blocchi potrebbe risultare come sempre vincitrice la solita Cina ipertecnologica e sempre più colosso anche militare.  In ogni caso paiono evidenti quei segnali che fanno vedere come sia ineluttabile un processo di maggiore unione europea anche sul piano politico e militare. L’unico modo per fronteggiare un quadro carico di incognite e di un algoritmo del futuro che deve essere di pace.  

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