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sabato, 19 Settembre 2020

Forze dell’ordine, sperimentazione Taser: un fallimento

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Nicola Rossiello
Nicola Rossiello
Romano di nascita, fieramente “terrone” di origini e orgogliosamente torinese di adozione. Poliziotto di professione dal 1986 e da subito impegnato nel Sindacato di polizia. Oggi faccio il Segretario Generale del SILP CGIL Piemonte.

A quanto pare il ministero dell’Interno avrebbe sospeso l’impiego delle pistole a impulsi elettrici per criticità riscontrate nelle prove di sperimentazione. È notizia di oggi e sta suscitando un acceso dibattito tra i lavoratori di polizia e gli esperti. L’adozione delle pistole a impulsi elettrici – Taser è un marchio registrato – non è mai stata lineare. Le ragioni di chi è a favore e chi contro sono note. 
Si tratta di uno strumento che, al di là della sua efficacia, porta con sé conseguenze e dati che fanno impressione e che richiede un uso oculato non sempre adeguato al contesto e non opportuno per ogni situazione che si trovano ad affrontare gli operatori della sicurezza. Spesso dannoso anche per l’utilizzatore, sotto ogni profilo, anche della responsabilità giuridica. Personalmente avevo espresso perplessità nel 2018, in un articolo pubblicato da repubblica, tra polemiche e contrarietà diffuse. Allora il dibattito era infiammato tra entusiasmi di chi è affascinato da soluzioni radicali e perplessità di chi considerava la questione sotto molteplici punti di vista. 
Non sappiamo, nei particolari, le ragioni di questa marcia indietro dei vertici della sicurezza nazionale e ci piacerebbe anche poter elaborare l’utilizzo di quella che per gli operatori delle diverse forze di polizia sul piano indicato dalle norme, attraverso una corretta valutazione dei rischi, cosa che non è mai stata consentita, visto che le diverse amministrazioni procedono in totale autonomia, senza tenere in alcuna considerazione coloro che operano fattivamente sul territorio, spesso in contesti difficili, che talvolta possono addirittura, portare al giudizio della magistratura, anche solo per prassi, a titolo precauzionale. La cultura della calutazione del rischio, preventivo, attento, inclusivo di tutti i soggetti coinvolti, resta un obiettivo che non si vuole realizzare.
Meglio permanere in una dimensione che appartiene al passato, per giustificare prospettive organizzative autoreferenziali. Si parla di un ritiro delle pistole elettriche in tutta Italia per difetti tecnici. L’agenzia di stampa Adnkronos recita: “La commissione di aggiudicazione ha proposto l’esclusione dell’unica azienda costruttrice che si era presentata per difetto dei requisiti minimi di sicurezza previsti dal capitolato tecnico”. Ciò avrebbe determinato la scelta adottata per tutelare cittadini e agenti, con una sospensione del loro impiego fino a nuove valutazioni. Qualche giorno fa erano trapelate indiscrezioni sul possibile ritiro. Qual è il punto di vista dei lavoratori di polizia? Lo abbiamo chiesto ai componenti del gruppo tecnico del silp cgil nazionale, un organismo impegnato ad approfonire le tematiche di salute e sicurezza dei lavoratori nel difficile contesto della polizia di stato. Secondo Giuseppe De Piano, di Roma, servono protocolli di sicurezza adeguati in modo da tutelare i lavoratori di polizia qualora emergessero responabilità civili o penali, senza tralasciare gli autorevoli  pareri ministeriali circa i danni che tale strumento può procurare, senza dimenticare che la pistola a impulsi è paragonata ad un’arma. Michele Tarlao, di Trieste, precisa che essa presenta rischi per la persona colpita, che non sono stati calcolati, e possibili ripercussioni per l’operatore. Occorrono aggiornamento professionale e disposizioni precise. Provocaando stordimento, il dissuasore elettrico presenta rischi derivanti anche dalla caduta involontaria della persona colpita. Non solo. Se il destinatario del Taser è un soggetto cardiopatico o una donna incinta, il rischio è di alterazioni cardiache che possono portare a un arresto cardiocircolatorio.
Secondo Amnesty International, prosegue Tarlao, dal 2001 al 2017 in Nord America i morti “taserizzati” sono stati 1.011, di cui il 90 per cento era disarmato al momento di essere colpito dalla scarica  elettrica. Sebbene esista un protocollo operativo, come Silp Cgil abbiamo in passato criticato le procedure e l’approccio che ha portato all’odierna sperimentazione, poiché non si è mai voluto interessare della stessa il ministero della Salute, promuovendo un doveroso quanto serio studio e approfondimento sui rischi derivanti dall’utilizzo del Taser, anche in ragione delle ripercussioni di natura legale a cui potrebbero andare incontro gli operatori che lo utilizzano.
Esso dovrebbe essere impiegato in situazioni a rischio concreto di messa in pericolo dell’incolumità delle persone (con riferimento sia ai destinatari dell’intervento coercitivo sia agli addetti alla sicurezza). Ma allo stesso tempo sosteniamo che è difficilissimo stabilire se il soggetto che si ha di fronte può rappresentare un pericolo, oppure se l’utilizzo del dispositivo non è stato in coerenza con le funzioni del corpo di Polizia, che deve sempre essere rispettoso del sistema di garanzie posto a fondamento del nostro sistema democratico.Per questo un protocollo operativo può non essere sufficiente, per il semplice motivo che sarà sempre difficile riuscire a fare chiarezza sui comportamenti da adottarsi in situazioni critiche, tipiche di questi interventi. In tal senso, non vorremmo che le responsabilità gravassero sugli operatori qualora si dovessero ricercare condotte inadeguate addebitabili alle donne e agli uomini in divisa che sfocino in responsabilità penali verso i singoli.Anche per questo riteniamo fondamentale il tema della formazione e del costante aggiornamento professionale per il personale. L’uso legittimo delle armi e la disciplina sulla legittima difesa sono un presupposto invalicabile e una forma di garanzia per il cittadino, ma anche per l’operatore. Il fatto è che, in simili circostanze, il rischio è stato poco o male calcolato.
Corrado Dezani, da La Spezia, propone una considerazione più filosofica che tecnica: a volte si tratta di scegliere tra capra e cavoli. Indubbiamente un dispositivo che permetta di immobilizzare una potenziale o verificata minaccia all’incolumità fisica di operatori ed astanti è utile ed auspicabile, ma è possibile che non vi siano controindicazioni per la salute e la sicurezza delle vittime e degli operatori. La partita si gioca sulle specifiche dell’appalto che oltre che “tecniche” devono contenere richieste di garanzia per gli utizzatori e “destinatari” conformi alla Costituzione e alle leggi dello Stato e a quelle comunitarie.Lapidario anche Marco Noero, di Pisa, secondo il quale si sarebbe trattato solo di anticipazioni pirotecniche, presentando lo strumento di prevenzione come risolutivo verso la criminalità belle città e capace di garantire maggiore sicurezza per gli oepratori di polizia.
Nella realtà si sarebbe trattato di uno strunento privo di riscontro pratico, sia per la irrilevanza numerica di quelli distribuiti,  quanto per la riuscita tecnica dei medesimi.Unanimemente critica la valutazione dello strumento, mentre sappiamo bene che sul mercato sono disponibile valide alternative, quali, ad esempio le Bola Wrap statunitensi, sviluppate per bloccare a distanza, con un sistema originale a bassissimo rischio di lesioni, malviventi o soggetti in stato di alterazione o comunque pericolosi per sé stessi e per gli altri, il cui funzionamento è analogo alle bolas argentine, tramite una fune che avvolge l’interessato grazie a due terminali a forma di micro uncino, collegati tra loro da un sottile ma robusto cavo in kevlar. 
Registriamo un primo sostanziale fallimento con l’auspicio e la ragionevole speranza di poter riaprire il confronto e alimentare il coinvolgimento dei lavoratori, che significherebbe un radicale cambio di orientamento da parte dei vertici delle forze di polizia e costituirebbe un’occasione favorevole per dare sostegno anche a quella cultura della sicurezza che manca ai vertici delle nostre forze di polizia.

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