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domenica, 23 Giugno 2024

Anche in Italia il “furto legalizzato” delle terre

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Si chiama land grabbing e significa “accaparramento di terra”: è il nuovo colonialismo degli ultimi anni. Protagoniste sono le multinazionali alle prese con investimenti che spesso hanno una dubbia natura. Al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia, si è parlato con Roberto Sensi, policy officer del programma “diritto al cibo” di Actionaid, della storia del fenomeno, delle condizioni che hanno portato alla diffusione della pratica, dei suoi caratteri e delle conseguenze provenienti da un’inadeguata attenzione al tema. Cosa succede quando la convenienza economica oltrepassa il diritto del privato di proteggere il proprio suolo? Perché è di questo che si parla. Si parla dell’appropriazione legale sì, ma indebita, dei territori dei paesi poveri. Paesi in cui i governi accettano investimenti delle imprese straniere per un tornaconto economico e che, scientemente o meno, accettano che il proprio suolo venga sfruttato per la produzione di cibo: un uso del suolo che non sempre comporta un arricchimento dell’economia locale ma che, invece, contribuisce all’impoverimento del territorio e della gente, perché le vieta di praticare le tradizionali attività agricole e di pastorizia. A rendere peggiore la situazione un nuovo fenomeno: la produzione di energia dall’olio di semi di girasole, di palma, dalla canna da zucchero, ecc. «Produrre cibo diventa – dunque – sempre più conveniente».
È importante sottolineare, inoltre, ancora due questioni emerse durante l’incontro di Perugia: la prima è che il fenomeno dell’occupazione di territori definiti “deserti”, ma che deserti in realtà non sono, riguarda anche l’Italia. Si è citata durante la conferenza la problematica azione dell’azienda Tampieri che, con il suo investimento su 20mila ettari di terreno in Senegal, sta calpestando i diritti dei 37 villaggi che verrebbero privati dell’accesso al suolo, del diritto al cibo e all’acqua. La seconda è che non è possibile credere che tale pratica non riguardi noi in primo luogo. Le modalità di coltivazione utilizzate nei suoli dei paesi sottosviluppati, in Africa soprattutto, influisce su quello che mangiamo e, di conseguenza, sulla nostra salute.
A quale prezzo, dunque, la produzione di cibo e la produzione di energia da parte di imprese nazionali e internazionali possono giustificare uno sfruttamento territoriale dannoso per le comunità locali e non solo?
Si parla qui di interessi generali e interessi privati che si scontrano, di differenti visioni del territorio e della natura, di applicazione di una logica finanziaria alla logica dell’uso della terra e della produzione del cibo che è inaccettabile.

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