L’incontro tra Trump e Xi Jinping è stato importante sia per ridisegnare il commercio tra i due paesi e per affrontare le gravissime conseguenze della crisi e lo stallo del golfo di Hormuz, specie alla luce del peso che la Cina riveste nell’economia iraniana anche come principale importatore di petrolio.
Cresce il ruolo di Pechino come interlocutore diplomatico nelle tensioni tra il governo americano e la teocrazia degli ayatollah, divenuta ancora più radicalizzata dopo i bombardamenti di Israele e degli Usa. Un quadro che ora costringe Trump a trovare una via d’uscita in cui l’appoggio cinese potrebbe risultare determinante. Questa volta Pechino ha guardato il competitor americano da posizioni di forza, mentre continua a crescere e a investire massicciamente nei settori di avanguardia (tecnologica e robotica) e nella transizione ecologica, avendo all’opera migliaia di ricercatori inseriti in programmi di sviluppo ben definiti a medio lungo termine.
Una Pechino che punta alla stabilità dei rapporti che mal si addice con le continue giravolte improvvise del Tycoon, comunque molto meno rigido dei suoi predecessori sulle mire cinesi sul Taiwane sul consolidato supporto statunitense fornito a Taipei, fondamentale per la sua sopravvivenza e la sua indipendenza.
La visita di Trump a Pechino. La seconda dopo nove anni, ha visto la Cina confermarsi potenza emergente che mette oramai in discussione il primato statunitense, in un contesto in cui si è riaperto il dialogo tra le due superpotenze dopo anni di tensioni. Due realtà interessate a una “normalizzazione” funzionale a rafforzare i rapporti economico commerciali.
La Cina spinge alla tregua per evitare la guerra che, esprimendolo senza mezzi termini, esasperando i conflitti diventerebbe inevitabile. Gli affari vogliono pace e per questo Xi Jinping vede le convulse relazioni tra Cina e Stati Uniti di fronte a un bivio, dove i fattori di convergenza tra le due superpotenze superino le divergenze. “Per questo dobbiamo essere partner e non rivali”. Il tutto in un clima di grande rispetto reciproco in cui Trump ha insistito per una maggiore apertura del mercato cinese, con possibili megacontratti per Boing e prodotti agricoli (soia).
Trump inoltre auspica investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti (si parla di un grande datacenter), ma questo ha subito creato allarme anche tra esponenti del suo fronte repubblicano e non c è nulla di concluso.
Al centro il business non i diritti
Per il Tycoon e per il presidente cinese, al potere dal 2012, le questioni dei diritti civili sono assolutamente marginali ed è sufficiente pervenire ad un clima favorevole per affari e commerci. Quindi nessuna parola sul ritorno alla democrazia nel paese degli scià e degli ayatollah, protagonista a gennaio di una feroce repressione con decine di migliaia di vittime tra i manifestanti. Nessun riferimento a diritti e libertà quando si è sfiorato la spinosa questione di Taiwan. Temi che non preoccupano molto un Trump affarista che, a differenza di Biden, non è minimamente toccato dallo scontro tra democrazie e autocrazie. Dopo tutto i suoi collaboratori tifavano per Orban e sono eloquenti i reiterati attacchi di Trump all’Europa.
Nell’incontro sono stati centrali accordi commerciali e investimenti. Non a caso la delegazione americana, con il segretario di Stato Marco Rubio e rappresentanti del Tesoro, della finanza e della difesa, vedeva presenti diversi capitani d’industria delle più grandi aziende americane, (ben 16 CEO).
La partita su Hormuz
Sull’importante questione del blocco dello stretto di Hormuz, (canale di 39 km che collega il golfo Persico con L’Oman e l’Oceano indiano),conseguente all’attacco israelo-americano, entrambe le due superpotenze auspicano che sia riaperto al più presto. Trump ha di fatto chiesto il supporto cinese verso gli ayatollah (ancora pieni di armi e volontà di resistere), mentre Xi ha ottenuto dall’amministrazione americana un impegno, molto più concreto, per evitare che la crisi precipiti (ovvero stop bombardamenti). Insomma basta altri casini bellici. Questo non certo per finalità etiche, ma in nome del santo business. Intanto le petroliere di Pechino sono tra le poche a passare nello stretto bloccato dalle forze iraniane (dove transita il 20% del petrolio mondiale e di gas liquefatto).
Le criticità interne verso Trump
Le politiche e gli attacchi dell’amministrazione Trump, incontrano crescenti “perplessità” di parte della sua intelligence che ben conosceva e aveva messo in guardia dalla compattezza e resilienza di una realtà come quella iraniana. A questo si uniscono le criticità di parte dello stesso partito repubblicano e dentro il movimento Maga, per non parlare dei democratici.
Cina più affidabile delle giravolte del tycoon
Certo la Cina, con le sue terre rare, essenziali per la tecnologia Usa, ha in mano un’arma potente di vantaggio. Un vantaggio che è aumentato dopo la crisi di Hormuz che ha mostrato al mondo un colosso cinese affidabile, ragionevole rispetto ai capricci e le giravolte dell’amministrazione del Tycoon, causa del blocco di Hormuz, dimostrando anche un’incapacità diplomatica militare.
Non a caso anche i ricchi emirati del golfo, non vedendosi più protetti da quello che per decenni è stato il rassicurante “ombrello americano”, (dopo la pioggia di missili lanciati dall’Iran) trovano nella Cina un partner più affidabile. Tra l’altro dopo segnali di distensione tra la realtà scita e una sunnita come quella dell’Arabia Saudita dopo secoli di rottura totale.. Un quadro che vede ineluttabilmente la vanitosa America di Trump perdere colpi.
Questo nonostante il tycoon apostrofi ogni riferimento al declino americano con la frase: “è colpa di Biden”.
Taiwan e la guerra dei microchip
Anche sulla spinosa questione diTaiwan, l’isola avanguardia dei microchip funzionali all’IA, Xi ha registrato un certo successo, ribadendo il suo non ammettere interferenze su un tema che, fino ad ora, era tenuto fuori dalle trattative.
Questo facendo riferimento ad un minor impegno militare americano verso l’isola dove nel 1949 si rifugiarono i nazionalisti di Chinag Kai-Shek, scappati dalla Cina ormai conquistata da Mao. Su questo Trump non sembra aver battuto ciglia, asserendo di aver parlato molto con Xi e di non aver preso nessuna decisione sulle forniture di armi ad un’isola distante 15mila km (in caso di invasione), minando le forti ambizioni indipendentiste del governo di Taiwan guidato dal progessista democratico Lai Ching. Governo che ha sempre avuto il forte sostegno statunitenze e che ribadisce di essere un paese democratico e sovrano.
Certo è impressionante il peso che rivestono a livello globale le produzioni dimicrochip di assoluta avanguardia taiwanesi. In caso di invasione i produttori locali hanno anche minacciato che disattiverebbero le attività, determinando un calo significativo del pil degli Usa e della Cina. Ora si cerca di potenziare le linee avanzate di produzione di semiconduttori (con microchip a 2nanometri) negli Usa (Arizona), per stanziamenti di 50 miliardi di dollari, ma a costi ampliamente più alti di quelli di Taiwan.
La crisi del petrolio. Come risponde Pechino.
Pechino ha saputo prontamente rispondere alle criticità di un’economia che importa circa l’80% dell’export di petrolio iraniano (1,38 milioni di barili al giorno).
Ai segnali di crisi si è compensato ricorrendo alle centrali a carbone e attuando una forte spinta sulle rinnovabili, riprendendo l’import di gas e petrolio russo. Inoltre consolidando linee ferroviarie per il trasporto del greggio e di merci, riducendo in parte la dipendenza dalle rotte marittime dall’Iran.
In Cina non è tutto oro…
I brillanti risultati del commercio, i successi sul piano diplomatico internazionale come forza equilibrata e risoluta, non cancellano alcune serie problematiche interne riguardanti il basso tasso di natalità (calo demografico), la disoccupazione giovanile e la grave crisi immobiliareper l’eccesso di offerta che fa perdere valore alle case che sta mettendo in ginocchio tante famiglie che avevano investito con fiducia tutto sul mattone.
Interscambio in calo
In conclusione tra Cina e Stati Uniti si sono ripresi dei rapporti, dopo anni di tensioni, con alcuni accordi commerciali. Questo con l‘intenzione di mettere fine agli sviluppi di una guerra commerciale, tra Usa e Cina, che proprio Trump aveva scatenato partendo da dazi, poi discesi, a toccare anche il 145%. (non una novità del tycoon che li aveva già imposti nel 2018).
Sui dazi, sciorinati a iosa da Trump, pesa una nuova tegola. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato arbitrarie e incostituzionali alcune delle tariffe imposte dalla Casa Bianca. Un fatto che potrebbe comportare la restituzione di 166 miliardi di dazi riscossi.
Questo in un quadro che ha visto il livello di interscambio passare dal 19.3% del 2018 al 8.8% del 2025, con l’export di Pechino sceso del 20%. (dazi), verso quegli Stati Uniti che storicamente sono stati i più grandi importatori dalla Cina. Restrizioni che la Cina ha compensato aprendo con grande successo verso nuovi mercati.
Pechino: sottoscrizione del debito americano ai minimi
Sul fronte finanziario è significativo come questo trend commerciale sia affiancato da un progressivo e costante calo della sottoscrizione di titoli del debito americano da parte della finanza cinese. Una tendenza graduale, apparentemente non clamorosa, ma alla lunga significativa che oggi tocca i minimi storici dopo i picchi del 2015 con circa 1500 miliardi di dollari sottoscritti. Una scelta decisamente politica in perfetta linea con una visione di lungo termine di diversificazione (anche con acquisti di oro), proteggendosi da eventuali sanzioni finanziarie. il fenomeno delle vendite di Pechino sta creando problemi alla borsa americana.
Insomma pare proprio che la Cina sia in vantaggio, dialoga e prospetta sentieri di pace con gentilezza, ma tiene forte sui suoi interessi. C’è da chiedersi se i successori di Trump la pensino come il tycoon su Taiwan e sul Medio Oriente.





