Pet Therapy: nuovi studi confermano l’efficacia

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La Pet Therapy è spesso raccontata come un “semplice” incontro tra persone e animali. In realtà è un insieme di interventi strutturati che, se condotti con metodo e da professionisti formati, può affiancare percorsi clinici, educativi e riabilitativi. L’interesse nasce da risultati osservabili: minore ansia in contesti sanitari, migliore collaborazione durante alcune terapie, più motivazione e, in alcuni casi, un impatto positivo sul tono dell’umore. Le ricerche recenti stanno chiarendo meglio in quali condizioni funziona di più, quali obiettivi sono realistici e quali accortezze servono per tutelare sia le persone sia gli animali.

In cosa consiste la Pet Therapy

Con “Pet Therapy” si indica comunemente ciò che in Italia viene inquadrato nelle Linee guida nazionali per gli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA), che distinguono ambiti diversi: interventi con finalità terapeutica, educativa e ludico-ricreativa. La parte terapeutica (TAA) è personalizzata sul paziente e richiede una presa in carico strutturata, con obiettivi definiti e figure professionali responsabili; non è una pratica improvvisata né una visita occasionale di un animale “amichevole”. 

Un intervento ben progettato prevede:

  • una valutazione iniziale della persona (bisogni, obiettivi, eventuali rischi);
  • un’équipe con ruoli chiari (ad esempio professionista sanitario/educativo, coadiutore dell’animale, veterinario di riferimento);
  • la scelta dell’animale adatto e la tutela del suo benessere (tempi di lavoro, segnali di stress, pause);
  • un setting controllato, con regole igieniche e di sicurezza coerenti con il contesto (scuola, RSA, ospedale, studio riabilitativo).

L’obiettivo non è “curare con l’affetto”, ma usare la relazione guidata con l’animale per facilitare processi come regolazione emotiva, comunicazione, adesione a una terapia, riduzione dello stress percepito, o l’avvio di esercizi riabilitativi che altrimenti sarebbero vissuti con resistenza. 

Origini della Pet Therapy

Le radici storiche sono più lontane di quanto si pensi. Ripercorrendo alcune tappe citate da Amici di Casa, nel 1792 William Tuke in Inghilterra incoraggiava persone con disturbi mentali a prendersi cura di animali da cortile, intuendo l’effetto positivo della responsabilità e della relazione. Nel 1942, in un ospedale di New York per feriti di guerra, vennero utilizzati animali da compagnia e d’allevamento con l’idea di favorire un riequilibrio emotivo nei pazienti traumatizzati.

Un passaggio decisivo arriva sul finire degli anni ’50 con lo psicoterapeuta infantile Boris Levinson, che osservò per caso come la presenza del suo cane facilitasse la relazione terapeutica con un bambino con autismo, fino ad arrivare a formalizzare e divulgare l’approccio. Poco dopo, nel 1975, gli psichiatri Samuel ed Elizabeth Corson svilupparono ulteriormente l’uso degli animali come facilitatori in ambito psichiatrico e socio-sanitario. Nel decennio successivo, studi osservazionali sul rapporto tra possesso di animali e outcome cardiovascolari contribuirono ad alimentare l’interesse scientifico. 

Studi recenti che ne confermano l’efficacia

La ricerca contemporanea sta passando sempre più da osservazioni generali a disegni sperimentali e revisioni sistematiche. Un esempio molto citato è uno studio clinico randomizzato pubblicato su JAMA Network Open su bambini e ragazzi in pronto soccorso pediatrico: l’interazione breve con un cane da terapia, aggiunta al supporto standard, è stata valutata come strategia per ridurre l’ansia riportata da bambini e genitori.

Sul fronte delle sintomatologie depressive, una meta-analisi del 2024 (basata su trial controllati) ha riportato un effetto moderato e statisticamente significativo delle terapie assistite con animali e di alcuni interventi correlati nel ridurre i sintomi depressivi negli anziani, pur sottolineando differenze tra protocolli, durata e setting.

Per l’ansia in età evolutiva, una revisione sistematica del 2025 ha passato in rassegna le evidenze sull’Animal-Assisted Therapy in bambini e adolescenti, evidenziando risultati promettenti ma anche un numero ancora limitato di studi con metodologia omogenea, aspetto che rende fondamentale interpretare i dati con cautela.

Interessanti anche i contesti non clinici: una meta-analisi del 2025 focalizzata su trial randomizzati di canine-assisted therapy tra studenti universitari ha analizzato l’impatto su stress e ansia, segnalando un potenziale beneficio sul benessere psicologico a breve termine. 

Nel complesso, il quadro che emerge è coerente: riduzione dello stress e dell’ansia, miglioramento dell’umore e maggiore disponibilità alla collaborazione sono gli esiti più frequenti, soprattutto nel breve periodo. Le criticità principali riguardano campioni piccoli, setting molto diversi e il fatto che “ciecare” i partecipanti è difficile (si sa se c’è o no un animale), quindi servono protocolli sempre più rigorosi e misure oggettive, oltre ai questionari.

Perché funziona: meccanismi e benefici più frequenti

I possibili meccanismi sono più di uno e spesso agiscono insieme. C’è un effetto di co-regolazione emotiva: la presenza dell’animale può aiutare a rallentare il ritmo interno, riducendo l’attivazione legata a paura, dolore o attesa. In alcuni casi, l’interazione guidata può favorire cambiamenti fisiologici associati alla risposta allo stress, come la modulazione del cortisolo, insieme a una percezione di maggiore sicurezza.

C’è poi un effetto motivazionale: per molte persone, svolgere un esercizio riabilitativo “insieme” a un animale o con l’animale come elemento di mediazione aumenta la partecipazione e la continuità. Un altro punto è la dimensione sociale: l’animale può diventare un facilitatore di relazione, soprattutto in contesti dove isolamento, ansia sociale o demotivazione rendono difficile il contatto con operatori e familiari.

Va ricordato anche l’aspetto etico: l’efficacia non può prescindere dal benessere dell’animale. Un animale stressato o gestito male non solo è un problema di tutela, ma riduce la qualità dell’intervento e aumenta i rischi.

Come avviare un percorso sicuro e realistico

Per ottenere benefici concreti e ridurre le false aspettative, è utile verificare alcuni punti prima di iniziare:

  • Inquadramento dell’intervento: capire se si tratta di TAA, EAA o AAA e quali obiettivi misurabili sono previsti. 
  • Competenza dell’équipe: ruoli chiari, formazione specifica, presenza di figure abilitate in base al contesto (sanitario o educativo). 
  • Progetto personalizzato: durata, frequenza, indicatori di progresso, e criteri per rivedere il piano se non funziona.
  • Benessere e idoneità dell’animale: tempi di lavoro sostenibili, pause, segnali di stress riconosciuti e rispettati, supervisione veterinaria.
  • Sicurezza: gestione di allergie, fobie, rischio di graffi/morsi, norme igieniche, e regole di interazione spiegate con chiarezza.
  • Integrazione con le cure: la Pet Therapy va pensata come supporto, non come sostituzione di trattamenti medici o psicologici quando necessari.

La Pet Therapy, inserita in un percorso serio, sta trovando conferme sempre più robuste su alcuni esiti specifici, soprattutto in termini di stress, ansia e adesione alle terapie. La direzione della ricerca è chiara: definire meglio per chi funziona, in quale setting, con quali protocolli, così che l’esperienza con l’animale resti un alleato misurabile e sicuro, non un’idea generica di “compagnia che fa bene”.

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