Sarebbe stato l’acquisto di un ramo d’azienda della Pininfarina a portare la De Tomaso al fallimento. A pochi giorni dalla chiusura delle indagini sul crack della storica carrozzeria automobilistica con sede a Grugliasco, che ha lasciato senza lavoro circa 800 operai, dai pm Alberto Perduca, Vittorio Nessi e Vincenzo Pacileo arriva una nuova ipotesi sulla vicenda.
L’inchiesta si è concentrata su quindici indagati a diverso titolo per bancarotta fraudolenta, false fidejussioni e violazione della legge fallimentare, tra cui Gian Mario Rossignolo e il figlio Gianluca. Un’operazione disastrosa, di cui d’altra parte Rossignolo, tornato davanti al pm due settimane fa, aveva assicurato di non essere l’unico responsabile. L’obiettivo delle manovre, infatti, sarebbe stato salvare Pininfarina dal fallimento. La tesi, del resto, era già contenuta in una lettera del 26 agosto 2011 indirizzata all’allora presidente della Regione Piemonte Roberto Cota e conservata perché contenuta tra le carte del fallimento.
Come i pm spiegano dettagliatamente in un faldone, la Procura sostiene appunto che il contratto d’acquisto con Pininfarina, risalente al 31 dicembre 2009, sia stato la causa principale della bancarotta della De Tomaso. L’ipotesi dei pm è che quel ramo d’azienda, acquistato per 2 milioni di euro, sia di fatto inesistente. Questa, quindi, viene ora contestata come «operazione dolosa che ha cagionato o ha contribuito a cagionare il dissesto della società».





