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giovedì, 11 Dicembre 2025

Caso Orlandi, il flop della pista londinese e i dubbi sulla Commissione d’inchiesta. Peronaci: “La verità va cercata in modo diverso”

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Moreno D'Angelo
Moreno D'Angelo
Laurea in Economia Internazionale e lunga esperienza avviata nel giornalismo economico. Giornalista dal 1991. Ha collaborato con L’Unità, Mondo Economico, Il Biellese, La Nuova Metropoli, La Nuova di Settimo e diversi periodici. Nel 2014 ha diretto La Nuova Notizia di Chivasso. Dal 2007 nella redazione di Nuova Società e dal 2017 collaboratore del mensile Start Hub Torino.


La cosiddetta pista londinese e le annesse note spese vaticane, per le cure e il mantenimento di Emanuela Orlandi, si sta confermando una bufala.   La vicenda, riportata dal giornalista Emanuele Fittipaldi nel libro “Gli impostori”, parte dal suo ritrovamento di una nota spesa che attesterebbe come, fino al 1997, il Vaticano avrebbe sostenuto vitto e spese mediche (per un ammontare di 483 milioni) per ospitare  a Londra in un edificio ecclesiastico (dei padri missionari scalimbriani)  la quindicenne cittadina vaticana sparita nel nulla il 22 giugno 1983.

Una pista che subito sollevò notevoli perplessità sull’autenticità del clamoroso documento contabile.  La pista è poi ritornata ampiamente in auge, con tanto di lettere e comunicazioni tra porporati, in un contesto che avrebbe visto la ragazza incinta, trasferita a Londra per abortire con l’avallo del cardinal Poletti e di un arcivescovo anglicano. Il tutto con presunti interventi di un ex terrorista dei Nar che ha rigettato, audito in sede di commissione d’inchiesta, ogni addebito. 

  Un quadro che, ce ne fosse bisogno, la dice lunga su depistaggi e stranezze, che hanno accompagnato il cold case più controverso dell’altro secolo, anche dopo 42 anni dalla scomparsa della ragazza con la fascetta e dell’altra quindicenne Mirella Gregori. Stranezze su documenti che gli strumenti tecnici e le magie dell’IA oggi disponibili dovrebbero chiarire.

A questo si aggiungono le crescenti perplessità sulle conclusioni di una Commissione d’inchiesta parlamentare bicamerale, avviata nel 2024, su cui si riponevano grandi speranze, dopo i proclami bipartizan sulla volontà di arrivare finalmente a una verità su cause e responsabili. Questo dopo 56 sedute che hanno impegnato i 40 parlamentari che compongono la commissione, presieduta dalsenatore Andrea De Priamo (FdI) e dai vice presidenti Roberto Morassut (dem) e Riccardo Marchetti (Lega) che hanno dovuto fare i conti con ritardi e criticità delle varie inchieste che si sono susseguite in oltre quattro decenni accompagnati da continui depistaggi.

La commissione parlamentare, che ha pieni poteri di autorità giudiziaria, nel corso delle sue audizioni ha coinvolto testimoni e personaggi rilevanti spesso “dimenticati” in decenni di inchieste.

 Hanno comunque colpito le non poche reticenze emerse e le dichiarazioni che non hanno convinto gli inquirenti, per non parlare delle parti di audizione secretate. Secretate dopo 42 anni dai fatti!

Il ricorso alle secretazioni non consente all’opinione pubblica e ai giornalisti di conoscere i fatti, limitando la ricerca della verità. Inoltre “il mancato ricorso al giuramento da parte dei testimoni ha ulteriormente indebolito il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta”, sottolinea il giornalista e scrittore Fabrizio Peronaci, che precisa: “Esercitare la prerogativa dell’interrogatorio sotto il vincolo della dichiarazione giurata avrebbe consentito, in caso di bugie o omissioni, di trasmettere gli atti in procura per perseguire eventuali false testimonianze. Ovvio che i risultati dell’indagine parlamentare sarebbero stati diversi”.

Un quadro che ha portato il giornalista romano, autore di tre libri sulla vicenda (ultimo “Il crimine del secolo”), ad affermare: “La verità sul caso Orlandi maggioranza e opposizione  la possono e la devono cercare in modo diverso. Sono ancora in tempo, per le audizioni che restano”.

Una critica che chissà se stimolerà  un cambio di passo da parte dei commissari, espressione di un Parlamento in cui si scatena quotidianamente la polemica tra destra di governo e opposizione.                                                     Evidentemente la buona volontà non basta di fronte alla nefasta commistione tra ragione di Stato e segreti inconfessabili ai vertici delle istituzioni.

 Non a caso, alcune rare voci critiche, da tempo parlano di una conclusione dei lavori in cui a stento si inquadrerà una verità storica. Insomma senza arrivare a nessun colpevole o ad una traccia chiara su piste e mandanti.

Ricordiamo che l’avvio della Commissione parlamentare bicamerale sia avvenuto, ad inizio 2024, quasi in concomitanza con la riapertura dei fascicoli sul caso Orlandi in Procura a Roma e in Vaticano, dopo l’archiviazione del caso nel 2015, ma sue questi due fronti non si sono registrati particolari sviluppi.

Nessuna audizione per Marco Fassoni Accetti

Le ultime audizioni hanno toccato la questione flauto, la misteriosa foto fantasma con il cardinale   Poletti e De Pedis che brindano, la cosiddetta pista Londinese. Tuttavia per un personaggio costantemente, citato e coinvolto nella vicenda, come Marco Fassoni Accetti, sorprendentemente non vi è stata ancora alcuna audizione. Nessuna convocazione per quello che è stato provato come il telefonista a casa Orlandi e in Vaticano, dopo il sequestro di cui è autoaccusato. L’uomo che fece ritrovare il flauto, coinvolto in diversi episodi che lo vedono legato al caso Orlandi Gregori. Una correlazione così forte tanto da portare il procuratore capo Giancarlo Capaldo ad ipotizzare che si possa trattare di un serial killer.

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