E’ stato, e lo è ancora, importante il lavoro metodico svolto dalla Commissione d’Inchiesta parlamentare sui casi Orlandi Gregori. Le quindicenni scomparse nel nulla nel maggio e nel giugno 1983. Uno dei cold case più complessi e misteriosi del secolo passato.
Il caso, archiviato nel 2015 (dal procuratore Giuseppe Pignatone) è stato poi riaperto grazie alle inchieste avviate presso la Procura di Roma (gennaio 2023) e presso il Vaticano, oltre al lavoro della Commissione parlamentare avviato nel 2024.
Le audizioni di diversi personaggi, a vario titolo coinvolti nella vicenda Orlandi, (compagni di scuola, amici, giornalisti, insegnanti..), hanno consentito di verificare molti punti critici, con testimonianze ignorate per decenni o mai oggetto di doverosi approfondimenti.
Un percorso in cui, dopo 42 anni, sono incredibilmente ancora emerse reticenze, arrivando anche a secretazioni degli atti. Un fattore negativo sulla tanto decantata ricerca della verità, se, dopo tutto questo tempo , si deve ancora ricorrere a nascondere delle testimonianze. Ovvero celare alla pubblica opinione elementi che potrebbero influire sulla reale volontà di andare a fondo e su quell’attenzione generale che ha contribuito a tenuto vivo il caso.
Certo può sorprendere che l’ex fotografo Marco Fassoni Accetti, nato in Libia nel 1955,uno dei personaggi più enigmatici di questa intricata vicenda, non sia stato ancora audito in Commissione e chissà se lo sarà.
SI tratta di colui che. tutto lascia ritenere, fece le prime telefonate a casa Orlandi, in Vaticano e non solo, rimasto noto come l’amerikano, per il suo particolare accento anglosassone.
Colui che nel 2013 si autoaccusò di responsabilità nei due sequestri, oltre ad altri episodi che lo hanno riportato di nuovo alla cronaca, come per l’inquietante vicenda della bara, sparita al cimitero del Verano, con i resti della povera diciasettenne romana Ketty Skerl, (strangolata in una vigna a Grottaferrata nel 1984),trafugamento ufficialmente riscontrato solo nel 2022, ma da Accetti da tempo sostenuto. afferma di essere venuto a conoscenza dei fatti nel 2005 ovviamente non rilevando le fonti.
E’ inoltre possibile che sia proprio di Accetti quella voce che declama la rivendicazione politica sul lato A (rilevazione sulla base di perizie foniche del Corriere della Sera) di quella tristemente nota cassetta audio, detta delle torture, per i lamenti di una povera ragazza (probabilmente la Orlandi) presenti nel lato B. Cassetta consegnata all’Ansa il 17 luglio 1983 e in Vaticano (dov’è sparita), mentre quella rimasta è risultata accorciata e “pulita” di tre voci romanesche presenti nella prima versione.
Accetti è stato interrogato dal procuratore Giancarlo Capaldo. Magistrato che si è sempre tenacemente opposto all’archiviazione del 2015.
Insomma sono diversi gli episodi ed i riscontri in cui Accetti risulta coinvolto in questo caso.
La querelle Orlandi continua ad essere accompagnata, anche in questi giorni, da un corollario di lettere anonime, documenti, testimonianze, piste e riletture, in cui non possono mancare quelle rivisitazioni di taglio esoterico presenti fin dalle origini del caso, vedi i legami con il segreto di Fatima portati avanti dal turco Ali Agca, l’attentatore di Papa Wojtyla, e quelle indicazioni cariche di simbolismi e collegamenti, presenti nel memoriale di Accetti.
Quel flauto distrutto non sarebbe quello di Emanuela
Si tende oggi a screditare anche quella “prova” di chi, non a caso, è stato definito “l’uomo del flauto”.
Luciano Berti, Il maestro di musica di Emanuela, che la vide nell’ultima sua lezione a Sant’Apollinaire, dopo oltre quattro decenni, audito in Commissione Parlamentare nel settembre 2025, ha sostenuto che quel flauto, fatto ritrovare da Accetti nel 2013,non fosse quello di Emanuela. Quel flauto, ora contestato, era in un capannone cinematografico, avvolto in una copia ormai ingiallita del Messaggero del 1985, con un’intervista ad Ercole Orlandi, il messo pontificio padre di Emanuela.
Il flauto, che Emanuela avrebbe dovuto avere il giorno del suo rapimento, è stato incredibilmente poi distrutto nel 2020, in quegli archivi della Procura dov’era depositato da tempo. Eppure quel flauto, con tanto di numero di matricola, era stato riconosciuto come autentico dai familiari della ragazza scomparsa.
La distruzione dello strumento musicale è stata motivata dalla necessità di riscontrare tracce di DNA che, ufficialmente, non erano state ritenute sufficienti (e quindi probabilmente non assenti). Un comportamento strano.
In un pezzo che scrissi su questa vicenda il 2 maggio 2020 commentai: “alla luce dei progressi che la scienza ha fatto in questi anni in questa tipologia di ricerca in grado di scoprire anche la dieta di un dinosauro…”, si è eliminato un oggetto, nemmeno ingombrante, che forse oggi avrebbe potuto dire qualcosa. Strano che solo dopo 42 anni, si scopra che quello autentico sia di un’altra marca.
Un modo forse per allontanare definitivamente uno dei sospettati numero uno in questo cold case, che non ha mai inteso fare i nomi di quelli che definisce “i suoi sodali”. Certo anche quella del flauto potrebbe risultare un abile montatura, tra infiniti depistaggi e doppiogiochisti.
Il mistero continua tra ossa, statue con la fascetta, angeli indicatori, lettere anonime, oscuri testimoni dalle sconvolgenti rivelazione che puntualmente spariscono nell’ombra, piste e carteggi londinesi, dichiarazioni di appartenenti alla banda della Magliana, discutibili spese mediche sostenute dal Vaticano a Londra (che, seppur dichiarate da esperti come “false”, continuano a vivacizzare le cronache sui media). Si è anche ventilato anche di un possibile aborto da praticare, in un Vaticano divorato da lotte clandestine tra fazioni aperte all’ost politik e quelle avverse ferocemente conservatrici (Opus Dei). Oltre a quelle piste internazionali, tanto in voga nella fase iniziale (anni 80), nel pieno della guerra fredda, con variabili turche e coinvolgimenti che non possono non chiamare in causa i servizi del mondo dell’est comunista e dell’immancabile Cia (quanto mai tirata in ballo nelle “rivelazioni” di Ali Agca). Un quadro in cui non bisogna dimenticare il ruolo chiave svolto dall’ex capo della Magliana Enrico De Pedis, divenuto prezioso consulente delle alte sfere Vaticane, in particolare del cardinale Ugo Poletti (e questa non è una ipotesi).
De Pedis è una figura che certamente ha avuto un ruolo di rilievo sul piano operativo nei sequestri, che era di casa in quella Sant’Apollinaire, guidata dal discusso rettore Don Pietro Vergari (l’unico religioso indagato per concorso nel sequestro Orlandi), dove aveva ufficio quell’Oscar Luigi Scalfaro prima di diventare ministro.
Il caso Orlandi e Gregori è una vera enciclopedia storico, politica, giudiziaria in cui resta aperta l’interrogativo su quali saranno le conclusioni di una Commissione d’Inchiesta dopo un lavoro che certamente ha operato in modo ampio e approfondito, nonostante gli immancabili depistaggi. Ma si arriverà ad una verità almeno storica? Permarrà la ferma volontà di andare a fondo, dopo aver raccolto tanti riscontri?
Certo sul ritrovamento dei poveri resti delle due ragazze e sulle responsabilità di questi omicidi chi sa continua a tacere,mentre spunta l’ennesima lettera anonima che punta il dito contro i soliti ambienti e porporati.





