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martedì, 22 Settembre 2020

San Pietro in Vincoli: il primo vero cimitero di Torino

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Scritto da Gabriele Richetti
La storia del cimitero di San Pietro in Vincoli
Se potessimo sorvolare il quartiere Aurora di Torino, guardando il dedalo di vie e viette che si snodano sotto di noi (con una visuale dall’alto alla Google Maps, per intenderci) vedremmo incastonata, tra il Sermig e il Cottolengo, una strana costruzione a pianta rettangolare.
Visto dall’alto, il cimitero di San Pietro in Vincoli ci appare quasi come una chiesa “scoperchiata”, con una navata centrale che attraversa uno spiazzo in erba. E all’incirca così doveva apparire nel 1777, anno in cui fu aperto, su progetto dell’architetto Francesco Valeriano Dellala di Beinasco.
Il 25 novembre 1777, Vittorio Amedeo III di Savoia, attraverso un Regio Decreto (che anticipava di svariati anni il più famoso editto in materia, emanato da Napoleone), proibiva definitivamente le sepolture nelle chiese per i cittadini comuni.
Si ricordi, infatti, come le persone di basso rango fossero solite seppellire i propri morti sotto i pavimenti delle chiese cittadine, stipandoli uno sull’altro (al contrario dei nobili, che all’interno delle chiese possedevano cappelle private) alimentando i rischi di epidemie e funestando le afose estati torinesi. Ecco così che nascono i primi cimiteri cittadini fuori le mura: San Lazzaro e San Pietro in Vincoli, che si sarebbero spartiti i corpi provenienti dalle chiese della città.
Struttura del cimitero
Il cimitero di San Pietro in Vincoli ha una lunga corte interna, bordata di portici coperti su tre lati. Nella corte sono scavati 44 pozzi, ripartiti tra le chiese della città, per le sepolture comuni: i pozzi erano divisi in zone (ossario, cadaveri nudi e con feretro) ed esposti alle intemperie (a la pieuva), mentre sotto i portici sono presenti tombe private e coperte per le famiglie nobili. Al di fuori del cimitero, alcune zone erano adibite alla sepoltura dei suicidi, dei non battezzati, dei non cristiani, degli esecutori di giustizia e dei condannati a morte.
Il cimitero venne immediatamente soprannominato dai torinesi San Pè dij còi, per l’assonanza dialettale tra còi (cavoli) e vincòi (vincoli) e la vicinanza con i campi adibiti a tale coltivazione.
Un rapido declino
Nel 1777 fu dunque ultimata la costruzione del cimitero. Fin dalla sua apertura, tuttavia, ci si rese però conto delle troppo piccole dimensioni del luogo.
Nonostante la costruzione fosse nuova di zecca, le sepolture iniziarono ad essere fin da subito molto disordinate e poco igieniche, tanto che spesso i cittadini che vivevano nei dintorni si lamentavano del nauseabondo odore che proveniva da quella zona.
Così, nel 1829, dalla apertura cioè del cimitero Monumentale di Torino, il San Pietro in Vincoli fu progressivamente abbandonato: fecero eccezione le inumazioni dei condannati a morte (attive fino al 1854) e di qualche famiglia nobile, che lì possedeva la propria cappella privata (fino al 1882). Il cimitero, cessate le sepolture, rimase comunque formalmente aperto. Danneggiato dai bombardamenti nella Seconda Guerra Mondiale, venne abbandonato e lasciato a se stesso.
La storia del cimitero non finisce però qui. Il sepolcreto fu infatti oggetto, nel corso dei decenni, di ripetuti atti vandalici, furti di ossa e riti satanici, tanto che nel 1970 la Giunta comunale ordinò di sigillare i pozzi nella corte (mai svuotati per motivi di igiene pubblica) e di trasportare i resti delle cappelle nobiliari al cimitero Monumentale. Nel 1988 il cimitero fu definitivamente ristrutturato. Oggi il luogo è teatro di eventi culturali e musicali.
La morte velata
Un tempo, all’ingresso del cimitero, era presente un tempietto con all’interno una scultura in stile neoclassico molto particolare.
Si trattava di una statua del 1794, opera dello scultore Innocenzo Spinazzi, rappresentante la principessa russa Varvara Belosel’skij – moglie dell’ambasciatore russo presso i Savoia Aleksandr Michajlovič Belosel’skij-Belozerskij – scomparsa appena ventottenne nel 1792. La scultura ritrae un corpo di donna avvolto da un velo, a darle le sembianze di un fantasma. Da qui la denominazione di “morte velata”.
Dal 1975 la bellissima opera si trova nel museo della Mole Antonelliana.

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