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mercoledì, 17 Luglio 2024

Renzi a Torino: “I nostri avversari non si chiamano Pippo e Gianni, ma Beppe e Silvio”

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Ci pensa il padrone di casa, Piero Fassino, a presentarlo. Un ulteriore segno della stima che ha per Matteo Renzi. Il sindaco di Torino stende il tappeto rosso per quello di Firenze, a Lingotto. La sala gialla è al completo. E Fassino dal palco non perde l’occasione: « Matteo parla al Paese intero- dice – Noi ci confrontiamo con una sinistra che non ha paura, vogliamo guidare il cambiamento. Abbiamo bisogno di molto coraggio. Matteo Renzi interpreta tutto questo e per queste ragioni chiediamo di votarlo».
Il giovane del “cambia verso” arriva a Torino e ad attenderlo tutta l’ala renziana torinese: la moglie del sindaco Anna Serafini, poi Davide Gariglio,il segretario cittadino  Fabrizio Morri, quello regionale Gianfranco Morgando gli assessori comunali Cluadio Lubatti e Stefano Gallo, Mauro Laus.
Il rampollo piddino inizia il suo intervento nel capoluogo piemontese con il ricordo di Nelson Mandela che aveva incontrato: «Ho stretto la mano alla storia». Il ricordo di Madiba, durante la giornata è stata una sorta di autogol per Renzi che è stato accusato di aver cavalcato la vicenda, visto che sul suo profilo Facebook aveva pubblicato la foto di lui e Mandela insieme, subito tolta dopo le prime critiche.
È categorico Renzi: «Il voto dell’8 diventa un referendum sul futuro del’ Italia, dove in questo momento si rischia che tutto torni indietro, Berlusconi torna a Forza Italia, Ci manca ancora che mi facciano rifare l’ esame di maturità. Se vota anche Prodi tanto meglio. Chiedo la fiducia per dare il buon esempio noi – dice ancora Renzi, tornando sulla riduzione dei costi della politica – Abolizione del Senato e nessun rimborso. Se un milione e mezzo di italiani votano questo perché ci credono allora io ho il dovere di andare a chiederglielo il giorno dopo a nome di tutti».
E poi inizia con la valutazione dell’operato del governo: «Ci vuole impegno vero, un elenco vero di cose da fare, mezzo miliardo alla disabilità e alla marginalità, un taglio dei costi della politica di un miliardo. Punti concreti da far approvare. Un patto da far rispettare». Anche la patata bollente del lavoro viene toccata: «A me non interessa l’italianità degli imprenditori,m all’italianità dei posti di lavoro».
«Tutti mi dicono che presto sarò finito, ma a dir la verità io non ho ancora iniziato – tuona con fare un po’ spavaldo – Oggi Letta ha occasione di fare cose buone, se è in condizioni di fare le cose bene, non è un videogioco, non è la fila del supermercato. Quello che mi fa arrabbiare è che la discussione sia tutta sulle attese dell’uno o dell’altro. Credo che il, Pd è il primo partito in Italia, e deve cambiare l’Italia».
Renzi poi vuole sottolineare la necessità di essere un partito unito: «I nostri avversari non si chiamano Pippo e Gianni, ma Beppe e Silvio. Con Pippo e Gianni dobbiamo combattere Beppe e Silvio». Dunque Pippo Civati, Gianni Cuperlo e il giovincello fiorentino per sconfiggere Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, i veri nemici.
Infine il sipario cala sul momento nostalgico, tornando a un anno fa, quando il primo cittadino della città del giglio veniva sconfitto da Pier Luigi Bersani: «Non ho un rapporto personale forte con lui, credo che abbia commesso degli errori, ma è un persona che rispetto. L’unica cosa che voglio fare davvero da segretario è portarmi dietro l’immagine di uno che non mi avrebbe mai votato. Un segretario ds della mia terra, Auzzi, nato comunista: avrebbe fatto di tutto per non farmi eleggere, ma persona straordinaria, con quel senso di comunità che vorrei avesse il Pd oggi».
Si chiude così una data importante nel tour renziano, verso la fine del countdown, la tappa torinese assume un valore strategico.

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