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giovedì, 18 Luglio 2024

Minervini, direttore del carcere di Torino: “Serve una rivoluzione nel concetto di espiazione della pena”

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di Moreno D’Angelo

Ha le idee molto chiare Domenico Minervini, direttore del carcere Lorusso e Cotugno di Torino, su come dovrebbero strutturarsi luoghi di pena e percorsi detentivi. Una trasformazione che passa attraverso un ricorso sempre più ampio al lavoro esterno e a concreti progetti di formazione. Per questo crede fortemente nella messa in prova, sfidando  pulsioni sociali che vedono il carcere solo come un luogo punitivo e non rieducativo.

Da dove parte la rivoluzione che lei auspica?

I detenuti devono uscire ed essere messi alla prova. Occorrere trasmettere e coinvolgere tutti in questa grande trasformazione culturale del carcere per la quale non basta aprire le sezioni.

Come si è sviluppato questo processo che punta su un profondo cambiamento del concetto di espiazione della pena?

Due anni fa, quando abbiamo iniziato ad aprire le sezioni detentive, percepivo un diffuso senso di scetticismo intorno. Ora le dico che non basta solo aprire le sezioni ma occorre andare oltre.

Cosa intende?

I detenuti non devono stare in cella e devono passare più tempo impiegati in attività culturali, sportive e di lavoro. La cella deve essere solo come un pernottamento. E possibilmente essere impiegati fuori dal carcere, certo con tutte le dovute garanzie.

I percorsi di reinserimento sociale incidono sulla recidività?

Sì molto. Abbiamo calcolato che la reiterazione dei reati scende di oltre il 30%.

Crede alle esperienze in tema di percorsi attuati in nord Europa?

Credo nel cambiamento che passa da percorsi di rieducazione strutturati ed esperienze di lavoro esterno come la semilibertà. Un processo che coinvolge società civile, enti locali e amministrazioni.

Cosa ha favorito questo processo di apertura?

Sicuramente i rischi legati alle pesanti sanzioni derivanti dalle sentenze comminate dalla Corte Europea sulla questione del sovraffollamento delle carceri italiane, che hanno spinto l’applicazione di nuove filosofie e stimolato il ricorso a forme di pena alternative.

Come si conciliano queste esigenze con le carenze di fondi?

Tra le note dolenti riscontriamo le carenze di due figure fondamentali nei percorsi di reinserimento come i mediatori culturali e gli psicologi. I progressivi tagli dei fondi costringono queste figure ad operare appoggiandosi esclusivamente a progetti.

Quali altre indicazioni le sembrano utili?

Nel sottolineare che è fondamentale non superare la soglia del 117% di sovraffollamento, voglio precisare come questo processo di apertura e trasformazione del carcere passi anche attraverso un miglioramento degli spazi di detenzione. Gli ambienti sono importanti e per questo abbiamo effettuato e stiamo portando avanti opere di abbellimento con tinteggiature e interventi che coinvolgano anche i nostri sei cortili. Aree di condivisione che da alienanti e tristi spazi grigi in cemento possono diventare campetti di calcetto in sintetico.

Quanti detenuti sono coinvolti nelle attività formative, sportive e culturali?

Circa 700 su oltre 1000. Purtroppo tutte queste iniziative sono vincolate al fattore numerico. Se la popolazione carceraria continua a crescere è molto difficile mantenere  attività e progetti funzionali ad un reale reinserimento. Per tutto questo sottolineo l’importanza del ruolo del personale che in gran parte è costituito dalla polizia penitenziaria. Senza il loro coinvolgimento non si va da nessuna parte.

E per quanto riguarda il lavoro esterno?

Dalla fine di luglio un gruppo di una trentina di detenuti affiancherà gli operatori dell’Amiat in interventi di pulizia dei giardini della città. Un’opera che dopo una iniziale diffidenza è stata molto apprezzata dalla cittadinanza. Le esperienze di inserimento al lavoro in corso di pena coinvolgono una cinquantina di detenuti. E mi auguro che, attraverso nuove convenzioni e opportunità, possano aumentare.

Cosa la preoccupa riguardo allo sviluppo di questi percorsi di apertura?

Tutte le iniziative possono procedere se non si superano delle soglie di affollamento. Oltre le 1300 presenze la situazione si complica e aumentano le criticità sul piano del clima interno che al momento sono molto contenute. Per questo è fondamentale anche il contributo di psicologi e mediatori culturali oltre ovviamente alla preziosa opera dei volontari della giustizia.

 

ARTICOLO PUBBLICATO SUL NUMERO DI LUGLIO DI NUOVASOCIETA’

carceremoreno

 

 

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