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mercoledì, 22 Maggio 2024

La Costituzione italiana non deve diventare la più brutta del mondo

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di Nando Dalla Chiesa

Che dire di questo referendum? Intanto premetto che la mia opinione non è quella standard dei sostenitori del “no”. Io non affermerò qui infatti che questa Costituzione “è la più bella del mondo”. Perché non lo so, non le conosco tutte. Ammetto che quando Benigni lo diceva riempiendo magistralmente le piazze mi piaceva. Sentivo una corrente calda di emozione che mi avvolgeva.

Avere, noi italiani, la Costituzione più bella del mondo…Era gratificante, quasi ci riscattava dalle nostre brutture. Mafia, corruzione, clientelismo, certo; però la Costituzione più bella del mondo. Lo diceva d’altronde anche don Luigi Ciotti. Che ci sono due testi contro la mafia, non c’è bisogno di scriverne altri: il Vangelo e la Costituzione. Don Ciotti, che io sappia, non ha cambiato parere. Benigni invece sì.

Gli piace ancora, ha spiegato, ma è meglio cambiarla. Anzi, ha detto, il suo bello, è proprio che la si può cambiare. Come se il bello di un libro o di un regalo fosse che lo si può riportare al venditore. Misteri (affascinanti) del genere umano. Ma torno alle mie incertezze. Non so, dicevo, se la Costituzione del ’48 sia effettivamente la più bella del mondo. So che da molti anni mi sembra un po’ inadeguata ai tempi.

E non per colpa dei Costituenti. Che cosa ne sapevano loro, in effetti, che da lì a sei anni sarebbe arrivato in Italia un oggetto chiamato televisione? Che cosa ne sapevano che quell’oggetto avrebbe alterato gli equilibri delle libertà che avevano così sapientemente disegnato? Che avrebbe modificato i meccanismi di formazione del consenso? Certo, esiste l’articolo 21, prezioso e necessario. Ma non basta. Si possono dedurre i principi utili dall’ordito costituzionale, vero. Però dal dopoguerra a oggi sono successe altre cose importanti.

Allora, sempre per esempio, nessuno pensava che il pianeta stesso fosse a rischio. Si sono scoperti i diritti ambientali. Ma dell’ambiente la Costituzione si occupa solo per dire che la Repubblica tutela il paesaggio. Un po’ poco, e infatti le Costituzioni più giovani, anche se non sono le più belle, se ne occupano di più. Si può nuovamente ricorrere, per deduzione, all’ordito costituzionale; vero una seconda volta. Ma i diritti della popolazione anziana o vecchia, cresciuta a dismisura? E i diritti di quarta generazione, legati a una delle più grandi rivoluzioni di sempre, quella informatica?
Ecco, tutte questioni che riguardano la famosa prima parte della Costituzione, quella che tutti, anche quelli che vogliono disfarsi dei principi della Carta, professano e anzi giurano di non voler toccare. E a me piacerebbe invece che venisse toccata, per ammodernarla; per dare, anzi, piena attuazione al suo spirito in un contesto storico e sociale tanto diverso.
Al contrario, non sono così sicuro che la seconda parte possa toccarsi e cambiarsi come bere un bicchiere d’acqua. Perché nella seconda parte, a ben vedere, c’è l’indipendenza della magistratura, ancora per esempio. Ovvero uno dei principi che hanno consentito a un Paese lacerato e sfregiato da mafia e corruzione di resistere ai ciclici assalti della malapolitica. Che cosa sarebbe stata l’Italia se nella Palermo degli anni ottanta o nella Milano degli anni novanta o nella Roma degli anni duemila non vi fosse stato questo autentico baluardo costituzionale? Non solo.

Nella seconda parte della Costituzione c’è anche il principio che le leggi si votano articolo per articolo. Quando diedi l’esame di diritto costituzionale alla Bocconi questa norma mi appariva una specie di orpello. Che principio pleonastico…Non ne capii l’importanza nemmeno quando entrai in parlamento. E nemmeno quando vi tornai la seconda volta. Fu solo alla terza esperienza, nella legislatura 2001-2006, sotto le folate anticostituzionali delle leggi ad personam di Silvio Berlusconi e soci, quando chi era in aula non poteva discutere e chi non c’era poteva votare, fu allora che compresi fino in fondo la grandezza dei Costituenti. Ossia quando mi resi conto che le leggi venivano votate trasformandole in un unico articolo attraverso emendamenti proditori.

Ecco, la democrazia, le sue modalità di funzionamento stanno in fondo nella tanto bistrattata seconda parte: parlamento, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura. E altre inezie ancora.
Sicché mi domando spesso perché mai sia stato possibile che nell’opinione pubblica e nel discorso politico prendesse piede con tanta facilità e con ancor più conformismo l’idea che “la seconda parte si può toccare, quella sono dettagli”, mentre “la prima parte non si tocca, quelli sono i grandi principi”.

Insomma, gira e rigira, di questa Costituzione si discute poco e non sempre bene. Non ho mai capito fino in fondo, per esempio, o meglio, nessuno mi ha mai spiegato per filo e per segno, che cosa sia il “Senato delle Regioni”. Ho sempre sofferto il bicameralismo perfetto con i suoi andirivieni e le sue paludi che inghiottono le leggi. Ma ho anche visto che una Camera che finisca, anche grazie a quell’oggetto nato negli anni cinquanta, in balia delle emozioni di massa (vedi il voto degli italiani all’estero o addirittura la famosa “cura Di Bella” contro il cancro), può votare cose di cui sarà costretta a vergognarsi. E che i vizi dello stesso bicameralismo perfetto potrebbero tranquillamente essere quasi azzerati intervenendo sui regolamenti parlamentari.

Che cosa penso quindi del progetto di Costituzione su cui saremo chiamati a pronunciarci? Che non ha né capo né coda. Che vengono annunciate novità che non ci sono, come l’abolizione del Senato. Il quale resiste, invece, assumendo forme incerte e limacciose. E aggiungo che i cambiamenti non mi piacciono “a prescindere”, per il solo fatto di essere tali. Se invece di fare le vacanze a Stromboli dovessi farle all’Idroscalo non gioirei per il cambiamento, anzi lo eviterei volentieri. E lo stesso se invece di avere una cattedra all’Università di Milano dovessi andare a insegnare in una università telematica. Piuttosto, proprio perché ai diritti dei cittadini (e ai doveri di chi ha il potere) dedico da sempre molta attenzione, noto che questo progetto di “riforma” è assolutamente insensibile ai diritti diffusi. Anzi li comprime. In particolare, e non è un dettaglio trascurabile per il nostro ordinamento, viene triplicato il numero delle firme necessarie per portare in parlamento le leggi di iniziativa popolare (mentre cala in paralleo il numero dei consiglieri comunali o di zona che possono autenticare gratuitamente le firme). Viene sapientemente congelato il quorum per la validità dei referendum, fissato al 50 per cento in un’Italia in cui andava a votare il 90 per cento degli aventi diritto, laddove oggi in Emilia Romagna (!) va a votare alle regionali il 37 per cento degli elettori. E nulla si fa per garantire finalmente la vita democratica dei partiti, o per restituire il diritto di scelta agli elettori attraverso le preferenze o le reintroduzione dei collegi.
Insomma: di qua l’estensione dei poteri di chi comanda e la riduzione dei celebri contrappesi, visti dai grandi teorici del pensiero liberale come conditio sine qua non della democrazia. Di là la compressione dei diritti dei cittadini. Per questo non voglio seguire discussioni oziose sulla prima e sulla seconda parte. Sono in gioco la natura e la qualità della democrazia. Per questo dirò no. Attendendo che questa Costituzione diventi ancora più bella, non certo che ne facciano Carta straccia.

ARTICOLO PUBBLICATO SUL NUMERO DI LUGLIO DI NUOVASOCIETA’

dallachiesa

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