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giovedì, 30 Maggio 2024

Divagando su malattie, terapie ed altro ancora

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Vittorino Merinas

Impossibile ascoltare o leggere qualcosa di Francesco senza dover constatare ogni volta la diversità e novità di linguaggio di questo papa da ogni suo predecessore. Lo si è qui ripetutamente detto rischiando di annoiare, ma richiamarlo è spontaneo per la piacevolezza di essere da lui trascinati nella vivacità della vita che rianima insegnamenti altrimenti stantii e tediosi. Non per nulla da quando Bergoglio ha indossato la bianca tonaca papale rifiutandone, però, l’imbalsamazione in parole e gesti atemporali, l’attenzione alla Roma vaticana è aumentata.
Questo atterraggio della funzione papale nella concretezza della vita se è percepibile in ogni “qualcosa” di papa Bergoglio, è lampante nei suoi tre discorsi alla curia in occasione dei tradizionali auguri natalizi. Con lui essi hanno perso il carattere di cerimonia formale e di predicazione fuori tema perché estranea alla realtà curiale. Rileggendoli si ha la conferma sia della peculiare attenzione di Bergoglio ai fatti più che a divagazioni dottrinali sia della serietà con cui ha fatto proprio il problema del rinnovamento della curia, emerso nei dibattiti cardinalizi precedenti il conclave.
I due caratteri dell’azione di Bergoglio sono nitidamente rilevabili da un confronto con l’ultimo discorso di papa Benedetto ai membri della curia nel Natale del 2012. In esso, scambiati i rituali auguri e ricordati “gli incontri indimenticabili con la forza della fede” sperimentati nei suoi viaggi in Messico e a Cuba, Ratzinger si lancia in un lungo intervento sulla famiglia, la teoria del gender, il dialogo con Stati, società e religioni, per terminare con la nuova evangelizzazione. Temi indiscutibilmente importanti, ma già dibattuti nelle più disparate occasioni e, soprattutto, del tutto esterni all’attività dell’uditorio che aveva di fronte. Estraneità tanto più perspicua se vista nel contesto della decisione di rinunciare al papato oramai maturata da Benedetto che, nell’atmosfera di cordialità natalizia, trovava il giusto momento per esser condivisa coi suoi più diretti collaboratori.
Tutt’altra ottica quella di Francesco. Uomo della concretezza e parco nella dottrina che ritiene a tutti già nota, parlando ai curiali “come comunità di lavoro” esprime con schiettezza ciò che pensa della curia, di coloro che in essa lavorano e del modo in cui vi lavorano. E fin dal primo incontro e senza timori reverenziali. Né vuole, e lo dice, fare discorsi morali, ma limitati alla “cura, diligenza, creatività, professionalità” nel lavoro. “La santità” sarà solo loro coronamento. Questa attenzione al reale prefigurata nell’incontro del 2013, in quello del 2014 si fa inclemente “catalogo delle malattie curiali”: «Sentirsi immortali e indispensabili, martalismo, impietrimento, funzionalismo, cattivo coordinamento, alzheimer spirituale, rivalità e vanagloria, schizofrenia esistenziale, chiacchiere, divinizzazione dei capi, indifferenza verso gli altri, faccia funerea, accumulazione, circoli chiusi, profitto mondano». Un discorso sulla modesta eppur determinante quotidianità, difficilmente reperibile negli archivi papali. Quindici richiami, quindici mazzate che hanno stordito i presenti, poco riconfortati dall’ammissione che «tali malattie e tali tentazioni sono naturalmente un pericolo per ogni curia». La stampa annotò che gli applausi furono rari.
Non da ciò reso timoroso, Bergoglio anche lo scorso Natale, non ha abbandonato la sua linea, e, ricollegandosi alle “tentazioni e malattie”, ha elencato gli “antibiotici curiali”, sempre con la massima concretezza e senza afflati moralistici, iscrivendo nelle tematiche delle esortazioni apostoliche il “catalogo delle virtù necessarie per chi presta servizio in curia”. Virtù si fa per dire, trattandosi per lo più di qualità che qualsiasi impiegato amministrativo dovrebbe possedere.
Purtroppo il trattatello sulle malattie non bastò a render santa la curia romana, poco dissimile da quelle terrene tanto da venir meno al suo compito di essere una “comunità di lavoro a servizio delle chiese particolari e ai loro vescovi”, trasformandosi, invece, “in una pesante dogana burocratica, ispettrice e inquisitrice”, come aveva dichiarato nel primo scambio di auguri natalizi, fresco ancora dell’esperienza fattane come vescovo di Buenos Aires. “Alcune di tali malattie si sono manifestate nel corso di questo anno causando non poco dolore a tutto il corpo e ferendo tante anime anche con lo scandalo”, ha detto lo scorso 22 dicembre. Se la resistenza agli “antibiotici curiali” suonasse sfida la rinnovamento, la risposta Francesco l’ha data, fulminante: “La riforma andrà aventi con determinazione, lucidità e risolutezza perché Ecclesia semper reformanda”. Non pensino i renitenti alle riforme di creare un nuovo , esausto, “papa emerito”.

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