Un’avvisaglia di questo passaggio sembra di poterla avvertire in quanto sta avvenendo per la preparazione del Sinodo su matrimonio e famiglia previsto per ottobre. “Avvisaglia” e “sembra” per mettere in guardia da affrettate speranze di cambiamenti significativi nel pachiderma ecclesiastico. Il tema coinvolge gli scottanti problemi delle coppie di fatto etero e omosessuali, dei matrimoni misti, dei separati risposati. e della contraccezione. Che ad essi si rivolga in modo speciale l’attenzione non meraviglia. Da tempo sono i più sofferti e dibattuti nella comunità ecclesiale, insofferente dell’insensibilità dell’autorità ecclesiastica, ferma nei suoi imperativi, alle sofferenze che essi generano. Sensibilità dimostrata, invece, da Francesco fin dall’inizio del suo ministero, impegnandosi a farne oggetto d’un serio dibattito a livello ecclesiale attraverso la convocazione di un Sinodo.
Sinodo che apre il cuore a speranze di novità già nei dispositivi per la sua preparazione. Nulla di rivoluzionario al momento. Anche qui si tratta di indizi d‘una volontà di restituire a questo strumento di ecclesialità la centralità ed il peso persi nel corso dei secoli. Diversamente da quelli postconciliari, questo si svilupperà in due sessioni: Una prima, nel prossimo ottobre, di sistemazione del materiale, raccolto a livello delle chiese locali, che sarà oggetto del dibattito conclusivo nella seconda sessione, nel 2015, che formulerà le proposizioni da sottoporre al papa. Della prima fase l’aspetto più interessante e innovativo è il coinvolgimento di tutto il popolo di Dio, pressantemente invitato a partecipare alla preparazione d’una realistica piattaforma al dibattito sinodale esponendo la propria esperienza e il proprio pensiero sulle tematiche in oggetto. Non più un “instrumentum laboris”, un tessuto di idee elaborato dalla Roma curiale ed inviato agli episcopati nazionali per apporvi proprie annotazioni e proposte, che si fa base del lavoro sinodale. In sostanza, il pensiero teologico del Vaticana a guida quasi blindata dei padri sinodali..
A questa burletta di collegialità pilotata, Francesco sembra voler porre fine. All’instrumentum laboris per i vescovi, sostituisce un questionario inviato sì agli episcopati nazionali, ma indirizzato ai tutto il popolo credente. Se prima i vescovi potevano servirsi d’una consulenza laica, ora tutta la chiesa, clero e laicato, è interpellata. Ai vescovi organizzare questo lavoro comunitario, raccoglierne i risultati, organizzarli senza alterarli e consegnarli alla segreteria del Sinodo. Un’innovazione significativa se le voci della Roma stagnante si sono prontamente alzate per negarlo. Voci roche soffocate da altre autorevoli e plaudenti. Monsignor Baldisseri, segretario del Sinodo invita a farne uno “strumento di comunione”. L’arcivescovo di Vienna afferma che bisogna conoscere come la gente vive e pensa e non come si vorrebbe vivesse e pensasse. Il cardinale Reinhard Marx, infine e niente meno che membro del Consiglio papale, dichiara che la consultazione deve essere “del tutto aperta… Vedremo che si discuta con la massima ampiezza”.
Insomma, il popolo credente diventa soggetto pieno e libero in questa consultazione, senza mediazioni episcopali, al punto da poter inviare direttamente al Segretariato del Sinodo le proprie riflessioni. Certo si tratta d’un’esperienza nuova e dall’esito ignoto. Potrebbe essere, però, il primo tentativo di rendere effettivo, e sarebbe una mutazione epocale nel cattolicesimo, un concetto cardine per una chiesa veramente evangelica, richiamato con forza da Francesco: solo il popolo di Dio è sorgente della fede. Sorgente solo mediante la formulazione di concetti? Perché non attraverso la vita? Le risposte al questionario squaderneranno di fronte ad una gerarchia autoritaria e insindacabile, la quotidianità ed il pensiero di chi è da essa considerato più gregge che popolo. Eppure è, secondo il dogma, scrigno della vera fede. E perché questa deve manifestarsi solo in nozioni e non nel vissuto, più eloquente di formule astratte! Chissà che l’inchiesta non si trasformi in un referendum che costringa la gerarchia non tanto ad adeguare la pastorale all’oggi, ma a riconsiderare le proprie certezze dottrinali. Che s’avvicini il momento del trapasso dal dominio ecclesiastico-gerarchico all’attenzione della vivente realtà ecclesiale?
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