di Giorgio Merlo
È francamente difficile individuare una responsabilità politica, specifica e precisa, dietro allo tsunami che ha travolto il Salone del Libro di Torino. Ma, al di là delle responsabilità politiche del passato e, in minor misura, del presente, sono almeno due le uniche certezze che emergono da questa incredibile situazione. Da un lato, dopo la decisione di non fare più il tradizionale Salone del Libro nel capoluogo subalpino, Torino e il Piemonte sono più deboli e meno competitivi. E non solo sul fronte della cultura.
In secondo luogo sarebbe francamente ridicolo, nonché grottesco, dar vita a due “saloncini” del libro a 150 km di distanza l’uno dall’altro nello stesso periodo.
Oltre ad essere il frutto di una competizione bassamente campanilistica, sarebbe anche una sconfitta per l’intero comparto dell’editoria nel nostro Paese.
Per questi semplici motivi adesso serve rafforzare quella “coesione istituzionale” – che non centra nulla con il cosiddetto sistema Torino – tra governi locali piemontesi e governo nazionale che resta decisivo ed essenziale, di comune intesa con molti settori dell’editoria, e che puntano ancora a fare del Salone del Libro di Torino un evento culturale di rilevanza internazionale.
Senza rancore e senza polemiche inutili e francamente sempre più incomprensibili agli occhi dei cittadini che vogliono continuare ad avere a Torino una rassegna di qualità e di grande arricchimento culturale.





