Abbiamo posto qualche domanda al regista di Hotel de l’universnell’affollato cinema Massimo dopo la presentazione.
Cosa significa il finale a Bombay definito un po’ ironicamene la pesca miracolosa?
Significa che ognuno deve trovare la propria narrazione. Un modo per dire come sia importante per tutti esprimersi anche attraverso piccoli oggetti e gesti, che simboleggiano le priorità delle nostre vite. Un fatto fatto prioritario che può dare un senso anche a tante vite perdute.
Sono molti i riferimenti al mondo degli anni 60 ed al contesto utopistico.
Ho iniziato a fare cinema nel ’67 per esprimermi cercando sempre la libertà e l’utopia del capire il senso delle cose che ci circondano. Il 68 è stato l’apice di un processo che si è sviluppato negli anni precedenti con grande energia e nel veccho magnaccia protagonista riflessivo della pellicola egli si confessa sfruttatore mentre legge Marx al bistrot. In questo ho voluto rappresentare l’ambiguità di questi tempi.
Una pellicola tra ricerca e utopia.
Per me non è tanto cinema di ricerca ma lo scrutare sul nostro vivere più ordinario evidenziando le contrapposizioni tra donne e uomini con la fondamentale interazione tra canto e musica.
Perchè le riprese mosse?
Sono volute. Le ho fatte con la camera a mano come si nota bene in alcune riprese di una manifestazione per il diritto alla casa a Roma.
Moreno D’Angelo
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