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lunedì, 20 Maggio 2024

Siria: 300mila vittime e il peso del silenzio

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha pubblicato una nuova stima circa le vittime della guerra in Siria: si avvicina a 300mila il numero agghiacciante di morti dal 18 marzo 2011 al primo dicembre 2014. Sono inclusi bambini, donne, combattenti siriani e stranieri della moltitudine di eserciti che si scontrano oggi nel Paese. Mentre, infatti, l’Onu decide di bloccare gli aiuti alimentari a beneficio dei rifugiati siriani, e mentre l’attenzione dei media è concentrata sull’Isis e sulla resistenza curda a Kobane, c’è una resistenza parallela nel cuore della Siria, che dura da tre anni e nove mesi. Una resistenza civile, della gente comune che lotta per sopravvivere, e una resistenza armata che tenta di liberare il Paese dall’invasore estremista dell’Isis e da un regime che sopprime da più di quaranta anni la libertà del popolo siriano.
Si sa, comunque, che la morte non discrimina nessuno, soprattutto in un Paese in guerra: 34.838 sono i morti dell’Esercito siriano libero e del Battaglione islamico; 44.237 quelli dell’esercito regolare del regime siriano; 28.974 quelli delle forze paramilitari del regime; 22.624 quelli di tutti gli stranieri, inclusi gli europei e gli occidentali, arruolatisi nelle file dei gruppi jihadisti, primi tra tutti Isis e al Nusra. Ma la cifra più alta delle vittime è quella di chi non ha responsabilità né facoltà di scelta né possibilità di fuga da questa guerra: i civili. 63.072 in totale, di cui circa 15.000 bambini e 6.603 donne (anche se il Syrian Network for Human Rights parla di 11,000 donne).
L’Osservatorio, che è al momento la fonte più attendibile e autorevole da quando l’Onu ha cessato da gennaio di quest’anno di contare le vittime siriane, pubblica ogni giorno di stragi che mietono morti di cui il mondo non è e non sarà mai a conoscenza. Per citare gli ultimi: il 25 novembre il regime siriano ha eseguito 10 raid sulla città di Raqqa, capitale siriana dell’Isis, provocando la morte di 63 civili.
Il 28 novembre sempre l’aviazione di Assad ha causato ben 60 esplosioni, tra raid aerei e barili Tnt sganciati da elicotteri, nella città più a sud della Siria da cui ha avuto inizio la rivoluzione, Da’ra. In tutto 8 civili uccisi. La provincia di Da’ra è stata bersaglio del regime anche nella giornata del primo dicembre, dove sono stati uccisi 28 civili a Jasim. Tornando indietro nel tempo si potrebbero citare tante altre “piccole”stragi quotidiane che forse, i media ufficiali, hanno ignorato per un numero non consistente di morti e feriti. Eppure è proprio la somma di queste piccole stragi volutamente ignorate che ha fatto salire a 300mila le vittime di questa guerra dimenticata. E tra i responsabili di ognuno di questi morti c’è anche il voluto silenzio dei media ufficiali e delle istituzioni. Se, infatti, esiste una responsabilità per la parola allora esiste anche una responsabilità per il silenzio. Se, come disse Sartre, la parola è azione, allora anche il silenzio è qualcosa nella sua assenza: la mancanza di azione.

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