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mercoledì, 22 Maggio 2024

Salvare capra e cavoli

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

di Vittorino Merinas
Con questo detto non si intende affatto irridere o banalizzare l’impresa cui si è sottoposto papa Francesco di affrontare i gravi problemi che affliggono il matrimonio cristiano nell’attuale società, ma piuttosto esprimerne la portata. Salvare capra e cavoli può indicare la volontà di acuire la mente per trovare una via d’uscita da una situazione particolarmente difficile o la sfida assurda di risolverla senza cambiare uno dei termini che la rendono problematica. Nel caso in questione si tratta solo di dipanare l’intricata dottrina matrimoniale cattolica per risolverne la conflittualità con l’attualità o ammetterne una contraddittorietà insolubile se non modificandone punti sostanziali?
Un primo tentativo fatto col Sinodo straordinario dell’ottobre scorso, si è chiuso senza prospettare soluzioni unanimemente condivise, evidenziando, anzi, forti contrasti. Unica positività il confronto franco tra le parti in dissidenza. Così aveva auspicato papa Francesco e così è avvenuto, tanto da farlo dichiarare di non avere visto, contrariamente alle relazioni giornalistiche, “scontri tra fazioni” anche se ci sono state “parole forti. Questa è libertà, il genere di libertà che c’è nella chiesa”. In realtà meglio sarebbe dire, permetta Francesco, che dovrebbe esserci.
Ora è in corso la preparazione del Sinodo ordinario che il prossimo ottobre dovrà dare risposte definitive alle angustianti questioni in discussione. Gli episcopati nazionali hanno tra le mani il documento vaticano che, in base alla relazione finale dello scorso Sinodo, propone 46 domande le cui risposte orienteranno nel redigere la nuova traccia di lavoro. A loro è chiesto di fornirle “coinvolgendo i membri delle loro chiese particolari, istituzioni accademiche, organizzazioni, movimenti laici ed altre associazioni ecclesiali”. Con questo invito, per la seconda volta Francesco convoca tutta la comunità ecclesiale ad offrire un apporto basilare al magistero ecclesiastico, nonostante la contrarietà di molti vescovi a questa intromissione laica in un compito ritenuto loro esclusivo per diritto divino. Tutta la comunità credente è corresponsabile della fede.
Questioni angustianti non solo in sé, ma anche per il forte disaccordo sugli incerti percorsi solutivi fin qui prospettati. Più di un terzo dei padri sinodali si era opposto con fermezza alla riammissione all’eucarestia dei divorziati risposati, di tutti il problema forse meno difficile da risolvere. Immaginarsi le libere convivenze o le unioni omosessuali! Il cardinale Velasio De Paolis, già responsabile degli Affari Economici del Vaticano, ha analizzato minuziosamente la proposta sinodale d’un percorso penitenziale per risolvere il problema, concludendo alla sua assoluta incongruenza con l’insegnamento tradizionale. E con ragione da un punto di vista oggettivo. Se, infatti, può accostarsi all’eucarestia solo chi è in stato di grazia, i divorziati risposati ne sono incontestabilmente esclusi dal momento che vivono in una condizione di peccato mortale permanente, non superabile attraverso la confessione che presuppone il pentimento. Come può, però, pentirsi chi vive un secondo matrimonio del tutto convinto d’aver fatto una scelta giusta e necessaria per restituire equilibrio e serenità alla propria esistenza? A giudizio della chiesa non gli resterebbe che separarsi o vivere un’assoluta continenza sessuale. L’atto sessuale, qualsiasi e sempre, infatti, per la dottrina cattolica è lecito solo nel matrimonio pubblico, sacramentale, monogamico, indissolubile, aperto al concepimento. Tutti elementi negati dal divorzio.
Stando una dottrina così rigida e assoluta sul matrimonio non basterà certamente la chiesa “ospedale da campo” o luogo della misericordia predicata da papa Francesco a rendere possibile l’accoglienza alla mensa eucaristica, segno più alto dell’appartenenza alla comunità credente, chi vive forme di coniugio cui essa si è da secoli opposta con estremo rigore. Né potrà farlo al modo d’un azzeccagarbugli bluffando con giochetti o sottigliezze palesi anche a menti mediamente avvedute e sensibili che rifiuteranno, assieme a soluzioni non veraci, una chiesa che si ostina a imporre dottrine coagulatesi in tutt’altri contesti culturali. Il cardinale Schoenborn, allievo e vicino a Ratzinger, ha dichiarato che nel Sinodo si parlò di matrimonio e famiglia “come fossero situati in uno spazio interstellare e non in un particolare periodo della storia, in una particolare società ed in particolari condizioni”. La chiesa abbandoni la contemplazione del suo astratto ed immobile iperuranio di principi e si mescoli ai viventi. Vedrà come il vangelo si inzuppi bene nella vita, purché non ibridato da concetti a lui estranei raccattati qua e là nel corso dei secoli.

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