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domenica, 21 Luglio 2024

Risolti i gialli degli omicidi della Befana. Storia di tradimenti, rapine e droga all'ombra della Mole

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Due uomini uccisi a distanza di un anno, un tentato omicidio, droga, rapine e ricettazione con sullo sfonda l’ombra di aver tradito la fiducia del complice. Sembra la trama di un film quella svelata in due anni di indagini dai carabinieri di Torino che hanno risolto il mistero dietro due morti violente avvenute nel capoluogo piemontese nei giorni della Befana a 12 mesi esatti l’uno dall’altro: il corpo di Pietro Tevere, 39 anni, ucciso con un colpo di pistola alla nuca era stato ritrovato nel bagagliaio della sua auto il 7 gennaio 2012 mentre Cosimo Vasile, pregiudicato di 48 anni, era stato freddato da tre fucilate in faccia il 5 gennaio scorso mentre era in macchina con la sua compagna. Due delitti che i carabinieri hanno lentamente collegato mettendo insieme testimonianze e circostanze che hanno fatto scoprire una rete criminale coinvolta in traffico di droga, rapine e ricettazioni che ha portato a 13 arresti.
Al centro secondo le indagini c’era Antonino Giambò, 45 anni originario del messinese ma residente a Volpiano, e protagonista di entrambi i fatti di sangue. Non uccisioni del momento ma omicidi pianificati: per gli inquirenti Giambò era convinto che Tevere prima e Vasile poi, lo avessero raggirato nascondendogli parte dei soldi di una ricettazione e che stessero collaborando con i carabinieri. Un’idea partorita dopo il furto di un rimorchio che trasportava oltre 3 milioni e mezzo di tondelli pre-assembleati per monete da 1 euro e 20 centesimi, diretti alla Zecca di Stato. Il colpo era avvenuto la notte tra il 21 e il 22 settembre 2011 lungo la bretella Ivrea-Santhià.
La banda aveva seguito il carico, legato l’autista e sganciato il rimorchio che aveva poi nascosto in un magazzino a Ozegna. Lì i carabinieri lo avevano ritrovato circa un mese dopo: delle 50 casse però, due erano già sparite. E proprio qui sarebbe iniziata la storia che ha portato ai delitti. Secondo gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Sandro Ausiello e dal sostituto Paolo Cappelli, Giambò non aveva ricevuto tutti i soldi della ricettazione di quei 150mila tondelli che aveva affidato a Tevere e Vasile.
Per questo il 27 dicembre del 2011 aveva anche investito e minacciato con una pistola alla tempia il ricettatore genovese, salvato solo dall’intervento di Vasile. Ma il sospetto era cresciuto e lo aveva portato a credere che Tevere l’avesse tradito: per questo la sera del 6 dicembre 2012, con la scusa di un ultimo colpo insieme, lo avrebbe freddato sparandogli alla nuca e aveva lasciato poi il corpo nel bagagliaio della sua Stilo a pochi metri dalla stazione dei carabinieri Oltredora, come se fosse un messaggio.
A trovare Tevere erano stati i suoi parenti che lo stavano cercando nei dintorni di casa: continuavano a chiamarlo sul telefonino quando avevano sentito lo squillo provenire dal bagagliaio della sua auto parcheggiata. Sfondando il lunotto avevano fatto la macabra scoperta. E la morte di Tevere – dicono gli investigatori – eliminava un doppio problema per Giambò perchè il 39enne era l’unico a sapere di quel carico di droga diretto in Sardegna che loro due avevano fatto sparire invece di consegnarlo, simulando l’incendio dell’auto che lo trasportava. Ma la questione non si era chiusa.
I sospetti di Giambò di essere stato derubato di parte dei soldi si erano trasferiti su Vasile. Aveva aspettato un anno e, insieme a un altro complice, lo aveva seguito per un mese prima dell’agguato in cui aveva anche rischiato di ammazzare la compagna di Vasile che si trovava in auto con lui. Una scia di sangue che avrebbe potuto continuare, confidano gli investigatori, ma che è stata interrotta oggi quando i carabinieri hanno notificato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Roberta Vicini per Giambò e altre 12 persone coinvolte a vario titolo nei diversi traffici criminali di cui probabilmente gli investigatori hanno ancora alcuni capitoli da scrivere.
Sara Settembrino

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