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giovedì, 30 Maggio 2024

L'Isis sfida l'Italia: "Siamo a sud di Roma"

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Nuova Società nasce nel 1972 come quindicinale. Nel 1982 finisce la pubblicazione. Nel 2007 torna in edicola, fino al 2009, quando passa ad una prima versione online, per ritornare al cartaceo come mensile nel 2015. Dopo due anni diventa quotidiano online.

Quando il bubbone del problema esplode, tutte le tribune della politica si rincorrono per far presente che “loro l’avevano detto”. Ovviamente ognuno sceglie la sua tonalità, c’è chi rinnova la crociata contro gli immigrati, chi si appella misericordiosamente all’Europa, chi vuol dichiarare guerra e chi no. L’ex terra principe del colonialismo del fascismo di Benito Mussolini, la Libia, dopo l’intervento militare del 2011 che ha cappottato incoscientemente l’impero di Mu’ammar Gheddafi, si consuma nella corrida della guerra. È arrivato anche il cosiddetto Stato islamico a sguazzare nell’acqua putrida di un Paese deflagrato.
Gli oltre 2mila migranti che sono stati soccorsi a sud di Lampedusa nelle ultime 48 ore sono un evidente campanello di allarme sullo sbracarsi della situazione, una ferita umanitaria da curare e non un fantasma apocalittico da maledire. Se la gente scappa, a prescindere da che paese provenga o di che colore abbia la pelle, una ragione c’è. Ed è folle immaginare che il destino di quella moltitudine sia il “cimitero Mediterraneo”. La guerra che l’Occidente forse avverte oggi, è una delle inconfutabili motivazioni dell’esodo di massa sulle coste della Sicilia, dell’Italia, dell’Europa.
Ha fatto specie quanto accaduto ieri a circa 50 miglia da Tripoli: 4 uomini armati di kalashnikov hanno obbligato una motovedetta della Guardia costiera italiana, che stava dando aiuto ad un’imbarcazione con fuggitivi a bordo, a lasciar loro la barca dopo il trasbordo dei migranti. Il fattaccio sarà pure imputabile ai mercanti di esseri umani del Nordafrica, che impazzano in Libia anche alla luce della condizione di non governo del Paese, ma la parallelità dell’aggressione con lo sventolio della bandiera nera dell’Isis su Derna e Sirte fa riflettere.
Pochi giorni fa la radio dell’Isis ha definito il capo della Farnesina, Paolo Gentiloni, come «il ministro degli Esteri dell’Italia crociata». Gentiloni in un’intervista a SkyTg24 ha praticamente risposto: l’Italia è «pronta a combattere in un quadro di legalità internazionale», facendo riferimento alla Libia. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha rincarato la dose appellandosi all’Europa, dopo le tragedie di migranti consumatesi nel mar Mediterraneo: «C’è un’emergenza Libia. L’Italia è pronta a fare ancora di più. Ma quella libica a fianco a quella ucraina è una emergenza europea». Dopodiché, con l’incombere dell’Isis a Derna e Sirte, sono stati rimpatriati tutti gli italiani presenti in Libia ed è stata chiusa l’ambasciata di Tripoli. L’Isis, attraverso il video che riprende la decapitazione dei 21 egiziani copti, ha rullato il suo tamburo di guerra: «Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma… in Libia». Grande è la confusione sotto il cielo italiano, così come sotto quello europeo. Tutti aspettano l’Onu, la solita manna salvifica di ogni male. Anche se raramente l’Onu si è comportata come tale nella risoluzione dei conflitti.
L’italiana lady Pesc (Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza comune), Federica Mogherini, non l’hanno invitata nemmeno al Cremlino per discutere con Vladimir Putin o a Minsk per le trattative ucraine, il che restituisce la cifra del peso detenuto dall’ex ministro e soprattutto dall’alto dicastero europeo. Romano Prodi, l’ex presidente della Commissione Europea, ha silenziosamente sottolineato quanto la radice del problema sia quella struttura che si definisce unita ma che invece, politicamente, non lo è, non risparmiando nemmeno il Palazzo di Vetro di New York, collocazione istituzionale alla quale evidentemente ambisce: «Il problema è che all’Onu oggi manca una guida».

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