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lunedì, 22 Luglio 2024

Le elezioni in Libia non possono aspettare: è compito dei governi europei non consentirlo – e ne hanno la capacità

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La seconda Conferenza di Berlino sulla Libia – tenutasi il 23 giugno scorso nella capitale tedesca – è stata l’occasione per fare il punto sul percorso di stabilizzazione della Libia, in vista delle elezioni presidenziali e legislative previste per il prossimo 24 dicembre. Favorevole a mantenere invariata la data della chiamata alle urne si è dimostrato il primo ministro ad interim libico, Abdul Hamid Dbeibah, che in apertura della conferenza ha tenuto un discorso sorprendentemente pro-elezioni, esortando “tutti gli attori libici a smettere di ostacolare il processo e a mantenere gli impegni presi”. E riferendosi a quanti all’interno del parlamento libico non mostrano sforzi seri affinché le elezioni abbiano luogo, ha aggiunto: “Mancano sei mesi alle elezioni, ma i conflitti interni esistono ancora, il bilancio del governo non è ancora stato adottato dal parlamento e le posizioni sovrane non sono ancora state scelte”. E in effetti durante la fase di preparazione della conferenza, alcuni inviati informali del parlamento libico si sono mossi dietro le quinte e hanno contattato svariate capitali europee, tra cui Italia, Regno Unito, Spagna e Germania. Obiettivo: convincerle a sostenere un rinvio delle elezioni, sostenendo l’impossibilità di organizzarle tra soli sei mesi e paventando il rischio che la campagna elettorale possa innescare un nuovo ciclo di violenze. Uno scenario, questo, che pone dubbi sull’effettiva capacità del GNU – il Governo di Unità Nazionale – di mantenere l’impegno affinché la chiamata alle urne non venga rinviata.

La Libia ancora divisa in due – e destabilizzata dal calo di consensi per l’attuale governo provvisorio

E non aiuta la situazione generale in cui versa il Paese, tutt’altro che stabile dal punto di vista sociale e politico. Si fanno ancora sentire le ripercussioni della caduta del colonnello Gheddafi, ucciso nel 2011 al culmine di una rivolta appoggiata dalla Nato. Nonostante siano passati dieci anni da allora, la Libia è ancora divisa in due opposte fazioni: da un lato c’è il Governo di Accordo Nazionale (GNA), con base a Tripoli, riconosciuto e sostenuto dall’Onu; dall’altro l’esercito nazionale libico (LNA), con base a Tobruch, che vede a capo il feldmaresciallo Khalifa Haftar – il quale detiene il controllo della quasi totalità del territorio e delle sue risorse energetiche. Il tentativo del generale orientale di conquistare Tripoli (l’ultimo nell’aprile del 2019) si è arenata a causa dell’intervento della Turchia, che ha intensificato il suo sostegno militare al governo di Tripoli inviando soldati e mercenari siriani. Tramite un accordo di cessate il fuoco, in ottobre si è giunti alla formazione di un governo di transizione: il GNA, che ha lasciato spazio nel marzo 2021 al GNU – Governo di Unità Nazionale. A questo è stato affidato il complicato compito di traghettare il Paese verso elezioni democratiche. Ma questo governo non eletto, guidato dall’uomo d’affari miliardario Dbeibeh, sta sempre più deludendo il popolo libico, desideroso di un nuovo capitolo democratico. 

In primis, l’opinione pubblica mostra di non gradire la vicinanza alla Turchia (si dice che perfino le dimissioni dell’anno scorso dell’ex primo ministro del GNA Fayez al-Sarraj siano state richieste da Erdoğan); in secondo luogo Dbeibeh (che ai tempi di Gheddafi era alla guida dell’ODAC – Organizzazione per lo sviluppo dei centri amministrativi) ha accumulato nel tempo immense ricchezze che possono essere spiegate solo con una corruzione massiccia e ha portato al potere con sé amici e parenti, dando il via a una stagione di nepotismo. Infine, come si è visto, anche internamente sembra non esserci unità d’intenti: Dbeibeh sostiene a voce le elezioni, ma molte figure del suo partito si comportano al contrario.

Sul GNU non si può contare: l’Alto Consiglio di Stato e i Fratelli Musulmani chiedono il rinvio delle elezioni

A peggiorare questa già complessa situazione contribuiscono i politici di alto livello che fanno parte dell’Alto Consiglio di Stato (HSC) – ossia i consiglieri del GNU. Nel corso della sua sessantacinquesima sessione, tenutasi a inizio giugno a Tripoli, l’HSC ha voluto discutere sull’orientamento costituzionale della Paese, sostenendo che un’elezione dovrebbe avvenire solo dopo una revisione della costituzione libica e l’adozione di una nuova legge elettorale, per cui si renderebbe necessaria l’istituzione di un referendum. In pratica, si è trattato di un tentativo di rinviare le elezioni, dato che un referendum richiederebbe molti mesi per essere organizzato – un tempo che la Libia non può permettersi. Inoltre, anche i membri dei Fratelli Musulmani, che hanno stretti legami con il GNU, tramano per la posticipazione del voto, richiedendo che il presidente sia eletto a suffragio indiretto (un processo in cui i votanti che prendono parte ad un’elezione non scelgono direttamente un candidato ad una carica elettiva, ma eleggono dei delegati che poi saranno chiamati in un secondo momento ad eleggere il titolare della carica).

L’Unione Europa spiana la strada per le elezioni, minacciando sanzioni per chi tenta di rimandarle 

E alla luce della preoccupante mancanza di un solido impegno a mantenere fissa la data delle elezioni dimostrata da numerosi membri del GNU, l’Unione Europea – ben prima dello svolgimento della conferenza di Berlino ha avvertito che chiunque sia giudicato in grado di ritardare il voto in Libia oltre la data prevista del 24 dicembre sarà a rischio di sanzioni. Una mossa che sembra aver sortito i suoi effetti, a giudicare dalla posizione pro-elezioni che inaspettatamente ha assunto Dbeibeh. Nel frattempo, tuttavia, si è assistito al fallimento dei colloqui mediati dall’ONU a Ginevra (dal 28 al 1° di luglio) per concordare le basi per le elezioni. A nulla sono valse le esortazioni del Rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite in Libia Jan Kubis per il raggiungimento di un compromesso, in conformità con le risoluzioni e la roadmap (UNMIL): un blocco all’interno dei 75 membri del Libyan Political Dialogue Forum (Lpdf) ha paralizzato la situazione, con i fratelli musulmani che hanno osteggiato qualsiasi proposta relativa all’adozione di una costituzione, seppur provvisoria.

Ma le elezioni sono l’unica strada per dare finalmente un futuro democratico alla Libia. Ne è convinta la maggior parte dei 705 parlamentari europei, chiamati ad esprimere il loro parere sull’evoluzione della situazione politica in Libia, nonché sullo stato attuale delle forze in gioco, per un sondaggio di OpinionWay commissionato da CEPS. Il 72% dei deputati pensa che l’UE dovrebbe contribuire alla preparazione delle elezioni presidenziali in Libia, e in particolare al suo controllo e alla trasparenza. Per tornare a una situazione di prosperità, il 58% dei parlamentari ritiene che le autorità dovrebbero concentrare i loro sforzi nella lotta contro il terrorismo. In questo quadro, l’Italia e la Francia sono state viste come se avessero un ruolo positivo nel paese (61% e 56% rispettivamente), a differenza della Turchia (65% pensa che abbia un ruolo negativo) o della Russia (60% pensa che abbia anche un ruolo negativo).

Il tempo stringe, mentre il popolo libico desidera – e merita – di tornare finalmente a essere protagonista del proprio destino. È compito delle illuminate forze internazionali cooperare affinché le elezioni abbiano luogo: l’Unione Europea ha il potere – lo ha dimostrato – di fare in modo che il governo provvisorio della Libia – e le forze straniere che lo influenzano – non interferisca nei preparativi per le elezioni. Quel che conta davvero non è la Libia di oggi, ma la Libia di domani.

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