Via il quadro di Allende, al suo posto una gigantografia di Donald Trump.
Tantissimi ricordano il Cile di Salvador Allende che, con il casco in testa, resisteva fino alla morte al golpe di Pinochet, quell’11 settembre 1973, che diede corso a una dittatura che durò fino al 1990.
Un mito per più generazioni che non piaceva a Mosca, in quanto artefice di libertà, democrazia e dialogo tra socialismo e cristianesimo, senza sottostare al potere delle multinazionali.
Oggi le cose sono molto cambiate, ma ha fatto notizia che il ritratto di Allende sia stato rimosso dalla sede dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA). Il quadro era stato donato nel 2023 dal governo di Gabriel Boric per i 50 anni dal golpe del 2073.
E’ significativo che questo atto contro la memoria sia opera della destra destra che governa a Santiago, da sempre vicina a Pinochet e ai suoi miliari, con l’appoggio degli Stati Uniti di Donald Trump.
Uno schiaffo all’autodeterminazione dei popoli e alla memoria contro il simbolo e l’artefice di un governo democratico che riscosse vicinanza e mobilitazione in tutto il mondo democratico, a partire da tantissimi giovani.
Un fatto che indigna, e va ben oltre la rimozione di un quadro, come ricorda un comunicato del Partido Socialista de Chile: “Un dipinto è una rappresentazione finita nel tempo e nello spazio, ma l’ideale politico e democratico è una guida dinamica che continua ad appartenere ai popoli che lottano per la libertà e i diritti umani”, precisando come quel quadro rappresenti un riconoscimento istituzionale a un Presidente eletto democraticamente, rovesciato da un golpe militare che ha dato inizio a una dittatura segnata da gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani.”
Una svolta violenta e una scia di sangue e repressione che toccò diversi stati dell’America Latina, fermando la democrazia, violando sistematicamente diritti civili e politici.
Per la nuova destra, vicina a Trump, il ritratto di Allende è insopportabile e si intende così cancellare un’icona la cui sola memoria smentisce e disturba la narrazione del presente. Non è solo in Cile che la nuova destra tende a riscrivere la storia a suo modo. Rivisitazioni revisioniste che partono da un nazionalismo e un patriottismo che cancella o reinterpreta in modo strumentale vicende storiche.
Il nuovo corso cileno, guidato dal presidente José Antonio Kast, in piena concordia con il tycoon, ha preso le distanze da accordi e monitoraggi su diritti umani e trattati ambientali e sociali promossi da agenzie multilaterali (definiti dalla nuova maggioranza come “agende burocratiche non prioritarie”), sviluppando piani di sicurezza e patti sull’estrazione di minerali in accordo con Washington.
Un quadro molto distante da quella cooperazione internazionale, auspicata dagli ex presidenti Gabriel Boric e Michelle Bachelet, fondamentale per combattere il crimine organizzato come minaccia transnazionale.
Una cooperazione che non dovrebbe mai subordinare politica estera e sicurezza del Cile agli interessi di una potenza straniera, compromettendo autonomia strategica e sovranità nazionale.
Gli ex presidenti Gabriel hanno espresso il timore che, concetti come quello di “sovranità continentale”, possano indebolire i principi del diritto internazionale e dei diritti umani. Questo manifestando forti preoccupazioni, e invitando l’esecutivo a riconsiderare l’adesione all’ “Escudo de las Américas”, promosso da Trump il 7 marzo 2026.
Quella coalizione regionale e politica, che, oltre al contrasto del narcotraffico e dell’immigrazione irregolare, ha l’obiettivo di limitare economicamente l’espansione cinese nella regione.





