Misery, pièce in due atti in scena fino al 15 Dicembre al Teatro Gobetti di Torino, racconta un amore così grande e così vitale da diventare follia estrema. Non parliamo di un amore tra due amanti, ma l’amore profondo e viscerale per un personaggio letterario, Misery. Annie Wilkes, interpretata nella versione cinematografica da Kathy Bates, premio Oscar proprio per questo personaggio e in questa versione teatrale da una meravigliosa e imprevedibile Arianna Scommegna, è una donna sola che vive lontana dalla città. Annie ha vissuto sempre e solo con la madre di cui non sapremo nient’altro, probabilmente la sua vita è stata completamente dedicata alla figura materna. L’unico momento felice e dedicato interamente a se, Annie lo trova solo quando si rifugia tra le parole dello scrittore Paul Sheldon, James Caan nel film e un eccezionale Filippo Dini nella versione teatrale di cui ne è anche il regista, diventato famoso grazie ad una serie di romanzi. Proprio in quelle pagine Annie scopre Misery. In lei ritrova un’amica, un riferimento, una compagnia o forse ciò che lei avrebbe voluto essere; arriva ad amarla in ogni suo piccolo aspetto, amandone anche i difetti e attraverso quelle pagine non può che amare follemente anche colui che ha creato il suo idolo, Paul.

Sapendo del soggiorno in città dello scrittore, Annie trascorre le sue giornate pedinandolo; ed è in uno di questi pedinamenti in macchina che gli salverà la vita in seguito ad un brutto incidente stradale.

Così ha inizio questa pièce. Ci troviamo all’interno della casa vecchia e trascurata di Annie. Precisamente nella camera che ospita Paul costretto a letto immobilizzato. La sua unica distrazione è una finestra da cui poter seguire il passare delle ore e dei giorni. Annie si prende cura di Paul, affermando di essere una infermiera e confidandogli di essere la sua fan numero uno.

Annie mostra sin da subito qualche disturbo ma cerca in ogni modo di far sentire al sicuro Paul tranquillizzandolo e accudendolo, fino a quando non viene a conoscenza dell’uscita dell’ultimo libro di Misery, scoprendo amaramente che il suo idolo, il suo alter ego, morirà. Annie affronta un vero e proprio lutto.

Da questo momento in poi sarà un crescere della follia di Annie e dell’ansia e angoscia di Paul che tenta in ogni modo di assecondare le richieste del suo carnefice fino ad accettare la proposta di una scrittura di un ultimo libro di Misery in cui lei vivrà.

E’ incredibile la meravigliosa resa cinematografica grazie alla strepitosa interpretazione degli attori e alla cura dei dettagli dovuta ad una regia attenta e minuziosa. La sensazione di impotenza, claustrofobia e angoscia che provavamo a casa o seduti comodamente al cinema, in questo spettacolo è mille volte più forte, perché è verosimile, è lì; tutto accade davanti ai nostri occhi, ed è questa la forza del teatro.

Questo spettacolo è “l’accordo” tra tutti i “suoni” del teatro. Una sceneggiatura forte, interpretazione magistrale, regia “leale” e curata, scenografia funzionale e suggestiva, disegno luci perfetto.

Ciò che mi lascia turbata, però, è il personaggio di Annie; rivisto dopo anni sotto un altro punto di vista, anche grazie alla definizione che Dini dà di lei: “Annie non è folle. Annie ama alla follia.” Tutto questo mi fa pensare che Annie non è poi così lontana da noi, Annie è semplicemente l’esasperazione di ciò che potremmo diventare, di ciò che ognuno di noi potrebbe arrivare a fare amando follemente, dall’amore per l’arte o al semplice idolatrare qualche personaggio a cui ci sentiamo particolarmente vicini. Ed è proprio lì il confine tra amore e follia. Ed ecco che, improvvisamente, ritrovo Shakespeare in Stephen King: “Se non ricordi che Amore t’abbia mai fatto commettere la più piccola follia, allora non hai mai amato.”