Hair, il musical senza tempo, è approdato al Teatro Alfieri di Torino per sole due repliche:  the tribal love-rock musical ha una co-produzione, MTS entertainment e la Compagnia della Rancia.

Come siamo abituati a vedere in questo periodo a teatro, troviamo sul palco una scena aperta che ci anticipa la vita della comunità Hippy che andremo a riscoprire dopo il suo primo debutto circa cinquanta anni fa nei teatri off-Broadway. Era, esattamente, il 1967, piena Guerra del Vietnam.

Qualche anno prima nasceva il movimento Hippy che rappresentava i giovani pacifisti, contrari alle armi nucleari, alle istituzioni, alla guerra e che abbracciavano le filosofie orientali, sposando principi come, la libertà sessuale, l’amore per la natura, la vita di comunità e l’uso spropositato di droghe per espandere la propria coscienza. Attraverso tutto ciò esprimevano comunque una vera e propria protesta e rivolta contro tutta quella storia “marcia” che segnava il loro tempo.

Calano le luci e comincia lo spettacolo. Una voce fuori campo ci introduce a ciò che purtroppo conosciamo bene ai giorni d’oggi; notizie reali sulle decisioni politiche del Presidente Trump, una per tutte, la costruzione del muro al confine con il Messico.

E ciò non può che coinvolgere l’intero pubblico. Improvvisamente però ci ritroviamo esattamente nel 1968, all’interno di una comunità di “capelloni”. La piacevole sorpresa è una straordinaria orchestra dal vivo e, finalmente, testi cantati in lingua originale.

Lentamente la storia prende corpo, presentandoci i singoli personaggi e lo spirito comunitario di questo gruppo di adolescenti. La scenografia è scarna, ma questo permette un utilizzo meraviglioso delle luci facendoci immaginare la natura presente e fondamentale in questa storia.

La trama inizia a prendere corpo con l’entrata in scena di Claude, giovane capitato casualmente nel gruppo di Hippy; stanco delle raccomandazioni e rimproveri dei genitori che sembrano non capire il suo disagio, decide di allontanarsi e trovare l’amore all’interno del gruppo di adolescenti. Lì trova colui che diventerà il suo migliore amico e si innamorerà della bella e rivoluzionaria Sheila.

Ed è proprio Sheila con “I believe in love” che ci riporta alla rabbia e alla voglia di cambiamento di quegli anni, e forse anche un po’ di questi. Intorno a lei teli bianchi con parole forti come guerra, pace, amore.. Un’interpretazione carica di rabbia, energia ed intensità che ci fa capire che quei ragazzi avevano solo anticipato ciò per cui tutti dovremmo lottare.

La storia continua e ci troviamo davanti alla paura della guerra vissuta in prima linea, sì, perché sarà proprio Claude a dover abbandonare la comunità per combattere una guerra non sua.

La paura di morire, il giovane protagonista, la vive in pieno attraverso le allucinazioni create dall’uso delle droghe. Numerose, infatti le scene di delirio vissute dai ragazzi, in cui tutte le paure e tutti i desideri si amplificano.

Toccante la scena dell’ultima notte di Claude. Voci belle e particolari ci fanno vivere l’atmosfera degli anni ’60.

Arriviamo alla conclusione con la morte di Claude e l’addio dei suoi compagni. Meritati gli applausi per questo gruppo di attori che ci hanno raccontato una storia, forse troppo distante da loro e quindi
ancora più difficile da interpretare. Sarebbe stato interessante un Hair che impara dal passato per combattere il presente.