“Se apriamo una lite tra il presente e il passato, rischiamo di perdere il futuro”. È con questa citazione di Winston Churchill che si chiude la relazione al bilancio di previsione 2018 dell’Assessore Sergio Rolando. Una citazione che dà qualche speranza sulle capacità della Giunta torinese di riconoscere che il passato di questa città porta in dote non solo problemi (i debiti per esempio), ma anche dei grandi meriti, tra cui un modello di welfare invidiato in tutta Italia.

Un modello che ha retto alla crisi diventando esempio per il resto d’Italia, sulla scia della tradizione ottocentesca dei Santi sociali. Un modello in cui è cresciuto il protagonismo del Terzo Settore, con l’introduzione di un coraggioso modello di accreditamento e concessioni che integra positivamente pubblico e privato. Un modello che si innesta su un ecosistema ideale per l’innovazione sociale, fatto di un dinamico e radicato volontariato sociale, un vivace sistema di cooperazione, solide reti di imprenditorialità sociale, competenze tecnologiche diffuse, Fondazioni bancarie molto attente ai temi della coesione sociale.

Lo stesso rapporto Rota 2017 definisce quello torinese un caso virtuoso, con livelli di collaborazione, tra istituzioni ed enti, superiore alla media nazionale. “La realtà torinese emerge come il contesto metropolitano italiano in cui la nozione di “welfare mix” ha raggiunto un livello elevato di concreta attuazione”.

In un contesto cittadino fortemente prostrato dalla crisi, segnato da alti livelli di disoccupazione e povertà, il sistema di welfare rappresenta quindi un’eccellenza, da preservare e promuovere.

Eppure, nel bilancio di previsione 2018, per la prima volta dopo molti anni, la spesa comunale per il welfare viene tagliata. Nel 2016 (primo anno di Governo della Giunta Appendino) è stata di 41.252.650 euro (dato del consuntivo 2016), nel 2017 di 40.975.836 euro (dato del previsionale 2017), ma nel previsionale 2018 è di soli 38.915.451 euro. Ben 2.337.000 euro di tagli in due anni.

L’Assessore alle politiche sociali Sonia Schellino ha giustificato questa sforbiciata con un minor bisogno sui minori e su alcune prestazioni socio sanitarie (domiciliarità, RSA, assistenza diurna), maggiormente prese in carico dal sistema socio sanitario.

Non sfuggono però due dati:

  1. Il passato ha lasciato in eredità a questa Giunta un welfare che funziona (grazie alle Giunte precedenti e al vivo tessuto del privato sociale): perché tagliare proprio il settore che fa guardare a Torino come a un modello nazionale? Perché non allocare i due milioni non richiesti dal settore minori e socio sanitario su progetti di innovazione sociale generatori di lavoro, ben sapendo che una delle nuove frontiere di creazione di lavoro è proprio la cura della persona?
  2. In più occasioni nell’ultimo anno l’Assessore al bilancio Sergio Rolando ha rigettato la richiesta delle minoranze di utilizzare i fondi ex IPAB per incrementare la spesa sociale comunale, sostenendo che il vincolo di destinazione sociale, previsto dalla legge per questi fondi, fosse rispettato anche nel caso di un utilizzo non incrementativo, ma sostitutivo della spesa. Cioè, nella tesi di Rolando, i fondi ex IPAB potevano essere usati per mantenere invariata la spesa sociale del Comune. Ferma restando la differenza di vedute, alla prova dei fatti la tesi di Rolando cade rovinosamente, perché la spesa per welfare viene miseramente tagliata. Quindi per i nostri antenati, che avevano costituito questi patrimoni con finalità benefiche, oltre il danno c’è anche la beffa.

Questa vicenda legata al welfare conferma che Torino è una città senza guida. Per fortuna oltre al Comune ci sono altri attori che possono prendere in mano le sorti, e la progettazione strategica, della città: i due Atenei, le due Fondazioni Bancarie, la Regione, le brillanti e innovative realtà del Privato Sociale, soprattutto di matrice ecclesiale.

Non possiamo sprecare i restanti tre anni di opposizione in un’inutile attesa. Dobbiamo costruire reti e alleanze con questi attori virtuosi per progettare il futuro della città e rimetterla in movimento, nonostante la staticità di chi la governa.

Il Rapporto Rota fotografa una città in declino, ma non tutto va male, anzi. “Il maggiore punto di forza – si fa notare – è probabilmente dato dal virtuoso mix tra pubblico e privato sociale (forse il migliore tra le metropoli italiane), in perfetta linea di continuità con la storia torinese. Ci si chiede, tuttavia, fino a quando potrà reggere tale modello”.

Fino a quando possiamo reggere?

Urge recuperare visione e passione civile e rafforzare la sinergia con gli altri attori che possono ridare slancio alla città.

 

(il video del mio intervento in aula, il testo della mozione (che tentava di reintegrare le risorse tagliate) respinta dal M5S e un bell’articolo sul welfare torinese comparso su Voce e Tempo)