Diego Fusaro, ideologo, filosofo, scrittore. Porta in queste settimane una nuova idea di politica, rappresentata da Vox, il partito che lui stesso ha ispirato e che a poche settimane dalla sua nascita conta in tutto il Paese almeno una ventina di circoli. Uno è stato inaugurato a Torino, qualche giorno fa, con soddisfazione del giovane filosofo che si ispira a Gramsci, a Marco Rizzo e che pone al centro della sua riflessione la liberazione dello Stato dai lacci selvaggi del capitalismo.

Lo fa in chiave molto chiara, guardando agli orfani di una politica che oggi non dà più risposte se non autoriferite ai propri bisogni.

È insomma il narcisismo della politica quello che Vox vuole combattere, per tornare alle sane ideologie novecentesche senza diventare macchietta di partiti già esistiti e morti, senza fare folklore. Solo popolo. E lotta tra dominanti e dominati. Una lotta nel quale giudica il PD in modo severo perchè celebrando euforicamente la caduta del muro di Berlino, è come se avesse celebrato la morte dell’ideologica del partito che sta alla sua origine.

Andando al di là delle vecchie categorie di destra e sinistra, noi idealmente ci sentiamo parte della sinistra sovranista e populista; anziché guardare al cosmopolitismo dell’Unione europea, alla globalizzazione guardiamo alla nazione come al baluardo,al cui interno fare politiche sociali in senso welfaristico.

Siete sovranisti, nazionalisti. Oggi queste definizioni non vengono quasi mai usate in senso positivo. Le da fastidio?

Lo stato nazionale, la sovranità nazionale non sono storicamente solo i vettori del nazismo e del fascismo ma anche quelli del new deal, dello stato sociale, del keinesismo. L’idea di base è che senza una sovranità nazionale forte non è possibile intervenire sull’economia e nelle politiche redistributive, welfaristiche, quindi la nostra è un’idea di sovranismo populista sì, ma che si richiama innnanzi tutto al dettato costituzionale.

Vox rispetta i valori della costituzione italiana?

Il nostro riferimento al sovranismo populista è il suo p rimo articolo, quello che dice che la sovranità appartiene al popolo. E’ un altro modo per definire la democrazia: sia il popolo sovranamente a decidere delle sue sorti.

Quindi ritiene che in italiana una parte di elettorato non sia considerato?

In Italia abbiamo da un lato sinistre cosmopolite che pensano che lo Stato nazionale sia il male sulla terra, dall’altra abbiamo destre sovraniste liberiste che vogliono lo stato sovrano nazionale ma in senso tatcheriano, per governare a beneficio del mercato e non per governare il mercato a beneficio della comunità. La lega di Salvini da questo punto di vista è l’emblema di un liberismo sovranista che pensa alla maniera di Thatcher e non di Keynes.

Vi state già testando sul territorio?

Sentiamo curiosità nei nostri confronti e cresciamo nel consenso ma siamo consapevoli che questo dipende anche in larga parte dallo sconforto e dalla delusione dell’elettorato che non si sente rappresentato né dalla lega né dai cinque stelle nella misura in cui questi hanno in parte tradito ad agosto.

E il centro sinistra? Il Partito democratico? Non ne sta parlando.

Non si sentono rappresentati nemmeno da una sinistra che anziché occuparsi dei lavoratori, dei diritti sociali, si occupa puntualmente di altre questioni che non sono evidentemente la priorità. Per l’operaio di fiat mirafiori la questione di avere i porti aperti o i diritti civili arcobaleno non è in cima ai problemi da risolvere, perchè del tutto legittimamente chiede di avere un salario decoroso, la possibilità di mandare i figli a scuola, di garantirsi una stabilità esistenziale. Le sinistre negli ultimi anni non sono state più in grado di parlare al popolo, che era il loro riferimento decisivo. Si è persa quella che veniva definita da Gramsci la connessione sentimentale, mentre la destra se guarda al popolo, lo fa semplicemente per strumentalizzarlo a proprio beneficio.

Quando la sinistra parla di populismo nasconde male il proprio odio verso il popolo. Quando si dice parlare alla pancia: le persone hanno la testa ma anche la pancia, che ha i suoi buoni argomenti da ascoltare.

Qual è lo stato di salute di Vox in Piemonte?

È nato proprio in questi giorni il primo circolo di Vox a Torino, c’è una situazione molto vivace perchè il senatore Carlo Martelli, ex cinquestelle è passato a Vox e quindi siamo anche rappresentati in senato.

E alle prossime elezioni? Calabria, Emilia Romagna sono dei banchi di prova impegnativi.

Spero che avremo già la forza di presentarci, spero che i cittadini si possano sentire rappresentati da noi e dal nostro progetto, innovativo perchè è il primo partito ideologico in un era post ideologica. Oggi esiste un solo partito che ha un certo consenso e che ha una chiara derivazione ideologica che è quello di Giorgia Meloni, poi ci sono micropartiti come quello di Marco Rizzo, verso il quale nutro profonda stima umana, culturale e politica, che anzi sarebbe prezioso alleato: sono partiti che sono ideologici nel senso novecentesco anche buono, strutturato, coerente.

Che idea si è fatto dell’Ilva. Se Vox fosse al Governo, come suggerirebbe di gestirla?

Noi rivendichiamo apertamente e senza perifrasi la nazionalizzazione di tutti gli assetti fondamentali dell’economia italiana. Dalla fiat all’ilva. Non si pensi che si tratti di un esproprio proletario. L’ilva e la fiat appartengono già di fatto agli italiani, dato che ogni volta i contribuenti sono intervenuti per sanare i debiti che diventavano magicamente pubblici a fronte dei profitti che restavano privati. La fiat è stato un curioso caso di capitalismo comunista in cui le perdite venivano rese pubbliche e i profitti rimanevano privati; se deve esserci una forma di socialismo, deve essere autentico.

Quindi la risposta è nazionalizzare?

I padroni stranieri dell’Ilva sono arrivati qui, stanno facendo il buono e il cattivo tempo senza rispetto né del nostro governo, dello Stato, dei lavoratori, comportandosi di fatto da “padrone”. Nazionalizzare l’assetto è decisivo, altrimenti le famiglie restano a casa in ragione del mercato. Occorre ribadire la potenza dello stato e la sua centralità.